Irina Barancheeva

Ritratto del pittore

Irina Barancheeva

Ritratto del pittore nei raggi del sole siciliano

Mario Tornello nel suo studio di Roma Un dolce sole bagnava con tenera luce gli “ulivi di cenere” che, pallidi e opachi, crescevano nei grandi vasi di terracotta sulla terrazza di quell’albergo romano dove, ogni mattina con costante puntualità, alle 9 esatte, Mario Tornello, pittore, poeta e scrittore siciliano, che da più di 40 anni vive nella capitale d’Italia, veniva a trovarmi pieno di gioia con temperamento “vulcanico”, come lo ha definito un giornalista.
In tutto il suo aspetto c’è qualcosa del tipico siciliano, incluso il colore bruno del suo viso, gli occhi vivi e luminosi come quelli d’un fanciullo nei quali risplende il costante interesse verso tutto ciò che è nuovo ed a lui sconosciuto nonché il suo sorprendente talento artistico al quale si unisce un eccellente senso dell’umorismo ed un disarmante sorriso. Ciò ricorda, involontariamente, la frase di P.P. Muratov, tratta dal suo libro “Immagini d’Italia”: “il carattere siciliano è pieno di passioni represse, disposto alla concentrazione, all’accumulo d’energia che poi risolve con una improvvisa esplosione”. E’ indubbio che anche queste qualità esistono nella natura artistica di Mario Tornello, mitigate, però, in primo luogo, dalla sua naturale bontà ed, in secondo luogo, dal suo forte amore per l’Arte e per tutto il Bello che solo la sua terra, bruciata dal sole, poteva far nascere.
Stupisce la straordinaria fedeltà del pittore alla Sicilia, alla sua ricchissima cultura e storia antica, l’innamoramento delle sue immagini e delle sue vedute: rive deserte bagnate dal mare colore acquamarina oppure la tormentata bellezza dei paesaggi coperti di lava vulcanica.
Mario Tornello è nato a Palermo. Nella capitale della Sicilia e nella vicina Bagheria ha trascorso la sua infanzia e gioventù. Il sentimento della Sicilia, assunto con il latte materno, traspare in tutti gli aspetti della sua arte. Colori, odori, suoni, leggende e detti siciliani, che sono la somma del miscuglio delle tante culture che caratterizzano l’isola, sono stati percepiti dal pittore come assolutamente singolari ed egli con la forza della sua immaginazione, li ha riprodotti su tele e su fogli di carta.
Mario Tornello ha personalità poliedrica. “In primis”, mi sembra che egli veda il mondo con gli occhi dell’artista-pittore. Critici che hanno scritto di lui, hanno notato la spontaneità della sua creatività. “La sua pittura è nata come “sentimento”, come ”fatto poetico” afferma Francesco Carbone, sottolineando la fedeltà dell’artista agli “interessi culturali”, “al suo iniziale realismo pittorico, reso dramma e poesia insieme nel linguaggio dei suoi colori”.
Un’altra caratteristica dell’itinerario artistico del pittore è quella di procedere per fasi nel desiderio di trattare i temi più svariati, di elaborarli e perfezionarli, continuando a cercare, cercare e cercare temi nuovi, soggetti e immagini da “fissare” nei propri lavori.
Lo stesso Francesco Carbone nota alcune tappe della sua via. “Al periodo giallo delle zolfare, con la loro magica desolazione, l’artista innesta la parentesi parigina con le suggestioni di Montparnasse”. Durante tale soggiorno ha studiato pittura dal vivo esponendola, prima di tornare in Italia, nelle gallerie di Zurigo e Losanna.
Al ciclo parigino è seguito quello dei “relitti” situato “negli angoli meno appariscenti dei porticcioli, semisepolti nella sabbia deserta o con le carene all’aria, corrose ormai dalla salsedine o piegate sui fianchi, finite dalle mareggiate e dal libeccio: le lampare spente”.
Poi arriva il nuovo ciclo: “ le calcare coi loro forni a tronco di cono, dai bianchi calcinati della roccia viva nel paesaggio, sofferto e aspro, carico di pressante fatalità”. La veduta di Stromboli, una delle isole Eolie fra la Sicilia e Napoli, dove il pittore si recava spesso per riprodurne il paesaggio: le case cubiche abbandonate, i cui proprietari erano emigrati in paesi lontani alla ricerca di fortuna, rimaste “come creature deluse, i vani vuoti, i riquadri delle finestre come occhiaie accecate dal sole torrido, le pareti dai bianchi spesso abbacinanti, sotto l’azzurro terso del cielo, circondate dal bruno degli scogli”.
Questo succedeva negli anni ‘60 quando il giovane pittore fu notato ed appoggiato da Lionello Venturi, uno dei più autorevoli critici dell’epoca e da maestri come Renato Guttuso e Pablo Picasso. Nella creatività dei suoi anni successivi arrivano nuovi cicli e, fra questi, il più significativo ch’è quello degli “Uomini di pietra” che, come dice lo stesso pittore, rappresenta “l’umanità martoriata dalla vita quotidiana di oggi, quasi ridotta ad un fossile non più recuperabile”. In queste immagini impietrite e rapprese c’è una certa rigidità, per non dire crudeltà con la quale il pittore giudica il suo tempo, ma ciò non deve sorprendere poiché, da giovane, egli ha vissuto la seconda guerra mondiale e visto con i propri occhi sangue, sofferenze e distruzioni per i bombardamenti della sua città natale, Palermo. Eppure il pittore, in una “Introduzione” ad una delle sue mostre personali, esprime la speranza che “... dalle ceneri di quest’uomo di pietra sorgerà l’uomo nuovo in un futuro prossimo, più consapevole e più cosciente”.
La conoscenza della pittura del Tornello ci lascia una sensazione di polivalenza dei temi e dell’inesauribilità dei soggetti che continuamente ci fa ritornare nel mondo delle immagini della Sicilia nella quale il pittore affonda le sue radici ed attinge ispirazione. Visitando la sua casa romana, dove è raccolta una cospicua collezione di pittura e grafica contemporanea, ci si sofferma, inevitabilmente, davanti al suo grande quadro “Per un rituale medioevale”, che spicca dalla tonalità generale come una brillante macchia di smeraldo. Questa figura, un po’ fantastica, del cavaliere medievale di colore argentato scuro che si muove sul fondo di campi e colline smeraldine, ci ricorda le gloriose azioni dei paladini di Francia scaturite dalle pagine della storia antica siciliana da lui ascoltata già nell’infanzia e che poi sono tornati più volte nella sua memoria artistica.
Nel suo Studio, un’ampia stanza inondata di sole, dove fotografie di persone care si alternano a varie sculture lignee ed a conchiglie, non passa inosservata la suggestiva maschera che l’artista ha creato nel 1974 in terracotta, chiamandola “Prima di noi” e dove il groviglio dei barattoli dei colori, il cavalletto, i manifesti delle mostre ed il “berrettino del maestro” (quasi come nel romanzo di Bulgakov) che pende nell’angolo, generano una particolare atmosfera di immersione nel “sancta sanctorum” del pittore, dove acutamente si sente la straordinarietà di quel mondo un po’ irreale, ispirato dai ricordi del suo irrecuperabile paese dell’infanzia, che egli trasfigura su tela in immagini vive e pittoresche.
In quel mondo immaginario si penetra poco a poco con cautela, come nell’oceano pieno di sorprese e di scogli sottomarini: bello e pauroso! La prima sensazione è quella della profondità, di una immensità di temi, soluzioni, immagini. Poi arriva il turno della meraviglia per la sconfinata fantasia del pittore, saldamente legato alla sua terra ed alle sue forti radici.
Ho notato, con sorpresa, che molti dei temi citati da Francesco Carbone, permangono nella creatività di Mario Tornello essendomi questi passati davanti agli occhi nei soggetti più amati e particolarmente cari all’autore: suoi costanti punti di riferimento.
Si ha l’impressione che nell’ultimo decennio la sua concezione del mondo sia diventata molto più tranquilla e pacata. Se negli anni ‘70 i suoi “I re sono morti”, il “Re folle”, “Testa d’assassino” ed anche “Angioino” (con il suo spaventoso impeto) avevano in loro qualcosa di tragico-crudele ed inesorabile, “Uno al potere” con il viso pietrificato come fosse scolpito nella roccia, genera una sensazione di crudeltà e forza, facendo ricordare quella “austerità e nascondimento” del carattere siciliano, menzionati da P.P. Muratov, nell’ultimo decennio nelle opere di Mario Tornello, oltre ad una certa elegia e rasserenamento, compare un’alta e chiara poesia dell’infanzia e la nostalgia per sua amata Sicilia, unita alla saggezza della vita vissuta, ricca di eventi e piena di meditazione.
Volta per volta il pittore ritorna ai temi amati che hanno segnato la sua vita, ma i paladini medievali degli ultimi anni, che ancora ispirano le fiabe dell’infanzia, non hanno più niente in comune con l’impeto furioso del “Cavaliere angioino” mentre i paesaggi mediterranei – “Memoria isolana”, “Paesaggio della memoria”, “Paesaggio eoliano” - nel loro spensierato azzurro del cielo ed i profondi abbracci del mare che sembrano avvolgere l’anima, nell’unione dello spettro cromatico (dal blu-giallo-marrone al carbone-verde delle colline e della scogliere) come lo stesso pittore riconosce, emerge dai ricordi di “alcuni dei momenti più felici della sua vita”. Anche “L’urlo della natura”, “offesa dall’uomo per suoi profitti”, stupisce per la sorprendente dolcezza, bellezza e armonia di questo essere vivente che, “malgrado tutto il male che gli si arreca, trova l’energia di fiorire ancora come carezza per l’uomo” (dice l’artista).
Spunta nel suo Studio, l’immagine della barca perduta (”Relitto”), che solinga emerge dalle pietre come memoria del passato e ci obbliga a ricordare i primi lavori del pittore. Questa immagine è una costante di tutta la pittura di Mario Tornello. Nella tela accanto, sulla calda sabbia della riva deserta, riposa, degradante in lontananza nei toni acquamarina del tipico paesaggio mediterraneo, un oggetto sconosciuto. Che cosa sarà? I resti irriconoscibili di una barca? Una nave cosmica arrivata da lontane galassie? Da questo quadro (“Dal futuro”), aperto all’interpretazione del contenuto, sembra uscire, come in nessun altro lavoro dell’artista, tale senso di solitudine e di abbandono dell’uomo, il quale rimanendo un tutt’uno di fronte alla natura bellissima nella sua perfezione, ma allo stesso tempo spaventosa nel suo mistero che gli pone i suoi enigmi e lo mette davanti ad insolubili quesiti.
La forza della fantasia del pittore, la sua mutata concettualità, comparata a tutto quanto visto prima, la raffinata poesia dei toni, lasciano una indimenticabile impressione delle opere del Maestro. Le sue fantasie pittoriche, nate con l’ascolto della musica di Chopin, tanto amata dall’autore (vedi il trittico “Ascoltando Chopin”), sorte durante uno dei più drammatici momenti della sua vita, non sembrano opprimenti ma, al contrario, permettono all’anima di volar nella bellezza delle sfere celesti. Queste sorprendenti creature che, nate dalla musica di Chopin salgono verso il cielo come mani invocanti, ci ricordano quegli “sterpi che furono uomini” dell’ “Inferno” di Dante, i quali esclamano: “perché mi scerpi?”
Sembra che queste strane creature di Mario Tornello siano impregnate di sangue, che patiscano, soffrano e conoscano tutte le passioni e delusioni dell’uomo.
L’artista si ispira più volte al tema di Chopin nella ideazione delle proprie opere, come nel suo racconto-reminiscenza “Un Ferragosto particolare” e nello studio poetico in prosa “Fantasie oniriche su un tema di Chopin”.
Proprio l’ispirazione delle immagini pittoriche chopiniane ci aiuta a capire le opere degli ultimi anni: “Cespuglio” e “Natura”. Il pittore è particolarmente legato a quest’ultima, ma tutte e due, schizzi paesaggistici, vivaci e dinamici sono dei soggetti eternamente in movimento ed in evoluzione, viventi una loro vita propria, quasi indipendente dalla volontà del pittore. Mario Tornello stesso considera “Natura” come “riflessione sulla trasparenza nei rapporti sociali”, con pieno diritto a questo stretto legame, flessibile intreccio dei vitigni che può servire come riflessione sulla difficoltà e sulla condizione della natura umana; la via non diretta del pittore che, pur coinvolto in questi “rapporti sociali”, si colloca, immutabilmente, fuori e sopra di essi.
I quadri dell’artista stimolano l’immaginazione, fanno pensare, riflettere, e tornare di nuovo ad essi cercando, con il tempo, di capirne il loro senso segreto.
Malgrado la chiara dominante del tema siciliano, che permea tutta la sua creatività (e non soltanto questa), la portata della personalità dell’artista va molto oltre la cornice regionale di appartenenza. La poliedricità propria della pittura del Maestro si estende anche alle altre sfere della sua attività creativa. Può darsi che il desiderio di esprimersi globalmente, di diffondere altrimenti le immagini che riempivano la sua mente negli anni ’60 lo abbia “obbligato” a rivolgersi alla poesia che, senza dubbio, è, da una parte, supplemento e “continuum” della sua pittura, e dall’altra, schiude aspetti nuovi della profondità del suo essere. Anche nella poesia, ma con i mezzi della lingua letteraria, egli cerca nuovamente di esprimere il suo sfrenato e struggente amore per la Sicilia, il fiabesco paese dell’infanzia, dove i suoi “sogni di adolescente si rincorrevano come rondini sul campanile” e “dove gli piacerebbe vivere e morire”. Questo paese dell’anima, dopo i paesaggi lavici lambiti dal mare smeraldino, appare, nella poesia di Mario Tornello, come “gatto disteso al sole” o come “fiore immerso nel verde bicchiere”. Emerge l’immagine del ragazzo con l’aquilone, che vuole librarsi sopra la terra e con tutto l’amore di cui è capace, osservare la sua piccola patria in un grande “abbraccio visivo”, così vicina ed allo stesso tempo così immensamente lontana, irrecuperabile e perduta.
Eppure la poesia di Mario Tornello non si esaurisce con i temi nostalgici. Bello è il ciclo delle poesie liriche, dove si incontrano, per esempio, composizioni come “L’autunno dei tuoi occhi” o “Verrò a contare le stelle” che colpiscono per l’originalità delle immagini escogitate dal poeta e che appartengono solo a lui. Altro motivo che risuona come un ritornello nella poesia dell’autore-poeta è l’acuta sensazione della fugacità e della limitatezza della vita che si avverte tanto più tragica quanto più lontano diventa lo splendido paese dell’infanzia, quale l’autore lo percepisce nell’indissolubile contatto con la travolgente bellezza del mondo circostante. Tutto ciò ci ricorda i versi di Ivan Alekseevic Bunin: “Come ringraziare Iddio per tutto questo che mi da!.. E’ possibile che un giorno tutto questo a me, così vicino, abituale e caro, mi sarà improvvisamente tolto, subito e per sempre, per l’eternità, per tutti i millenni che passeranno ancora sulla terra? Come credere a tutto ciò, come ci si può rassegnare? Come comprendere tutta la sconvolgente crudeltà e l’assurdità di tutto ciò? Neppure in segreto un’anima, malgrado tutto, può credere a ciò. Ma da dove viene quel dolore che insistentemente ci perseguita per tutta la vita, per ogni giorno, ora e attimo, che irrecuperabilmente passa?”
Proprio questa tragicità (e ingiustizia!) della vita umana assieme al tormento della bellezza del mondo circostante, che prima o poi siamo condannati a perdere, pervade tutti i campi dell’attività creativa (e non soltanto poetica) di Mario Tornello, che si contraddistingue nell’autenticità dei sensi, delle emozioni ed in quella verità del cuore che non lascia nessuna “chance” alla nuda tecnica o al razionalismo intellettuale. Non v’è dubbio che di tutte le poesie di Mario Tornello e non soltanto di quelle dialettali, si potrebbe dire con le parole del critico letterario siciliano, Santi Correnti: “La poesia di Mario Tornello è di quelle che si leggono non con gli occhi, ma con il cuore: perché col cuore del figlio devoto e dell’artista innamorato è stata scritta”.
Si, proprio così. Nelle sue liriche, come nella pittura, l’autore esprime sé stesso liberamente e coraggiosamente, senza seguire nessuna corrente, indirizzo o raggruppamento, ma se la pittura riflette tutti i lati della sua natura, inclusi anche quelli sommersi del suo carattere, la poesia ci trasmette la parte alta ed ideale della sua anima.
Rimangono da aggiungere alcune parole sulla sua prosa che è apparsa negli anni ’80 e nella quale egli si manifesta ancora più siciliano che nelle altre due attività. Anche qui Tornello rimane fedele a sé stesso, cimentandosi nei vari generi, per cui, sotto la sua penna, nascono saggi sulla Storia e la Cultura della Sicilia, e racconti del suo recente passato del quale l’autore è stato testimone e schizzi poetici (come sogni d’infanzia!) dove le immagini dei parenti e degli amici crescono fino a portata nazionale mentre la bellezza poetica del paese natio acquista caratteristiche quasi universali.
Nei suoi saggi e racconti, Mario Tornello ci ha affidato i ritratti, non soltanto di persone reali che camminarono sulle vie di Palermo e Bagheria (come, per esempio, quello del poeta errante Giuseppe Schiera, perito negli anni della seconda guerra mondiale), ma anche quelli di personaggi inventati, nei quali, però, è facile riconoscere le caratteristiche dei reali prototipi e gli eventi, descritti nei racconti, che erano veramente accaduti. Alcuni personaggi e soggetti dell’artista acquistano caratteristiche quasi fiabesche permettendoci di scoprire in lui un altro lato, poco noto della sua creatività letteraria: il dono del favolista, nel quale potevano trovare ideale personificazione la saggezza dell’artista, la sua irresistibile fantasia, il senso dell’umorismo e quella infinita bontà e generosità d’animo che sono, a mio avviso, le caratteristiche distintive della sua fisionomia creativa e umana.
La conoscenza del poliedrico ed originale mondo creativo di Mario Tornello lascia la sensazione della sua entità e personalità fortemente legate alla cultura del suo paese, del suo piccolo paese natio, e, allo stesso tempo, capace di sollevarsi fino all’universalità della persona umana, all’altezza dello spirito. Le creazioni dell’artista ci fanno, di nuovo e nuovamente, ritornare alla mente immagini che colpiscono per la profondità del senso nascosto e per quella tragica, sfuggente bellezza della nostra vita che impetuosamente decresce e alla quale solo l’arte può dare le caratteristiche dell’eternità.

Mosca, 2003

Traduzione a cura di Anna Davidova e Giorgio Tellan



Foto: Mario Tornello nel suo studio di Roma