Irina Barancheeva

Per le strade d’Italia

Irina Barancheeva e Mario Tornello

Per le strade d’Italia

Incontri, viaggi, interviste
(Brani scelti)
Mosca, Edizioni “Gumanitary”, 2011

San Lazzaro: un eremo sulla laguna

San Lazzaro – Venezia A Venezia la piazza San Marco, antistante l’indescrivibile Basilica, è sfolgorante di luce e vive il suo ritmo frenetico come un formicaio di turisti e colombi che occupano tutto lo spazio compreso il tratto di lungomare davanti al grande albergo “Londra” dove il compositore russo Petr Il’ic Chajkovsky soggiornò nel 1877 e vi compose la sua Quarta sinfonia. Decine di battelli in quel punto vanno e vengono da e per le diverse direzioni delle isole minori disseminate sulla laguna veneziana. A tale imbarco una scritta particolare attira la nostra attenzione circa i suoi orari e percorsi annunciati non soltanto in italiano, inglese e francese, ma anche in una lingua sconosciuta ai più le cui lettere assomigliano al merletto di un alfabeto orientale. E’ lingua armena ed il battello va verso la piccola isola di San Lazzaro, detta “degli Armeni”, poiché sin dal ‘700 vi si era stabilita una comunità religiosa di quel popolo.
Il nostro battello si stacca dalla riva e percorre le acque placide dello specchio della laguna.
Prima fermata a San Servolo e poi a San Lazzaro, meta del nostro viaggio. E’ passato non più di un quarto d’ora e Venezia rimane chiaramente visibile sulla linea dell’orizzonte dietro di noi dove vi spiccano nettamente nel cielo azzurro le grandi cupole della Basilica di San Marco mentre noi giungiamo ad un porticello la cui scritta in italiano e armeno ci informa dell’arrivo al luogo dove siamo attesi.
L’isola ci appare sotto il caldo sole di una bella giornata ottobrina e ci si stupisce subito delle sue piccole dimensioni e della sua geometrica forma. Un basso muro che perimetra il territorio argina le rive dandoci l’idea di uno spezzone isolato di Venezia staccato dalla città madre e posato sull’acqua di smeraldo opaco.
A primo sguardo l’isola appare quasi disabitata perché le ore delle visite al convento della Congregazione Mechitarista sono limitate al pomeriggio dalle 15 alle 17. Nelle ore mattutine l’isola sembra un eremo dove regni un silenzio meditativo; il cancello in ferro battuto ci invita ad entrare in un mondo particolare per evocare tempi di secoli passati.
L’atmosfera del monastero, notiamo subito, è ben diversa da quelle che si è soliti vivere in altri. Non abbiamo incontrato pellegrini, né frati al lavoro nell’orticello, ma soltanto pochi operai in uno spazio verde davanti all’ingresso, sotto ampie tende bianche; tutto sembra la preparazione per una festa. Diversi uomini in borghese parlano sottovoce in armeno.
Aspettando Padre Vertanes con il quale abbiamo appuntamento entriamo nel chiostro interno rettangolare perimetrato da una galleria colonnata, curatissimo e rigoglioso di fiori e prato. In un angolo splende un grande banano. Tra gli alberi svetta la parte alta del campanile e tutto ci sembra il luogo ideale per un raccoglimento spirituale lontano dalla città caotica.
Ecco Padre Vertanes, classica figura di religioso in tunica nera e sguardo intelligente coronato da una grigia barbetta; espressione tipica di intellettuale, cortese nei modi, con l’aria del docente.
“Nel ‘700 l’isola occupava la quarta parte del territorio di oggi, - ci dice egli, uno dei dieci sacerdoti della piccola comunità armena. – Nel IX secolo l’isola era affidata all’abate del Monastero benedettino di San Ilario di Fusina e nei secoli successivi venne adibita dal Senato veneziano ad ospedale per pellegrini e ricovero per indigenti”.
“Nel XII secolo, - continua, - qui si trovava l’ospedale dei lebbrosi e da allora l’isola è stata denominata “Lazzaretto” in onore di San Lazzaro. Verso la metà del ‘500, dato che i lebbrosi si erano ridotti a pochissimi individui, l’ospizio venne trasferito e nel 1601 l’isola venne, pertanto, abbandonata”.
Dalla fine del ‘600 fino ai primi del ‘700 passava dai Gesuiti a persone laiche tra cui un certo Cristoforo Freschi che la trasformò temporaneamente in una fabbrica di armamenti, con l’abitazione di un Cappellano che vi officiava una Messa quotidiana ed infine ad uso di ortolani. Finalmente il 2 agosto 1717 ai tempi del Doge Giovanni Corner, discendente di Caterina, ultima regina dell’Armenia, il Senato veneziano concesse in perpetuo uso l’isola di San Lazzaro all’abate Mechitar e ai suoi monaci che ne fecero un luogo di culto cattolico, motivo per cui, continua il Padre, “siamo tollerati e considerati scismatici dalla nostra terra d’origine”.
Chiostro del Monastero“La Congregazione è stata organizzata dal nostro fondatore, Mechitar, in Armenia per servire il popolo, ma l’abate dovette fuggire perché perseguitato per il suo indirizzo religioso, - spiega padre Vertanes. – Il fatto è che siamo cattolici, di rito armeno, ubbidienti al Papa di Roma mentre la Chiesa armena, pur essendo uguale a quella cattolica nella fede, dottrina e sacramenti ha il suo capo spirituale nel “Katholikos”. L’abate Mechitar, che è nato a Sebaste nel 1675, voleva indottrinare gli armeni ai cattolici, ma incontrando l’opposizione del suo vescovo a Istanbul dovette fuggire prima in Grecia e poi a Morea che in quell’epoca apparteneva alla Repubblica veneziana”.
L’isola che fu concessa al monaco Mechitar e ai suoi seguaci era, in quell’epoca, in stato di abbandono, ma quel fondatore era quanto mai deciso a farla rinascere per la propria idea religiosa. Al suo arrivo l’intero spazio dell’isola occupava una superficie di appena 7000 mq sulla quale erano due buoni pozzi, un edificio in condizioni precarie e alcuni magazzini semidiroccati; così nel 1724 Mechitar diede inizio al progetto per il suo recupero e ristrutturazione nonché alla costruzione di un monastero che fu completato, insieme alla monumentale biblioteca e sottostante refettorio nel 1740. A causa, però, degli scarsi finanziamenti i monaci, inizialmente, coltivavano gli orti, curavano la rilegatura di antichi testi ed altre attività minori allo scopo di effettuare con il ricavato interventi costruttivi in economia finché non arrivò loro l’aiuto provvidenziale di ricchi mecenati armeni.
Nei secoli seguenti l’isola è stata ingrandita con riporti di materiale di risulta passando dagli originali 7000 ai 15000 mq attuali concedendo spazio a nuovi orti per il fabbisogno della comunità. Il primo ampliamento avvenne nel 1815 in seguito ad una concessione dell’Imperatore Francesco I d’Austria che, poi, permise ai religiosi di costruire nuove celle abitative e spazi comuni dove è stato collocato il Museo scientifico.
La storia dell’isola è un continuo divenire e così nel 1912 si è intervenuto sull’assetto dell’approdo, della cavana e della darsena che sono state ordinate sul filo dell’edificio del Noviziato mantenendo, ancora per qualche anno, il suo originario affaccio sull’acqua.
Nel 1947 furono iniziati i lavori più consistenti di ampliamento dell’isola verso oriente e meridione con creazione di ulteriori coltivazioni e spazi verdi.
Padre Vertanes, giunto nell’isola all’età di dodici anni, ricorda che a Venezia, in quel tempo, si effettuavano scavi nei canali per il riassetto delle basi di alcuni edifici per cui si ottenne dal Comune di scaricare quel materiale di risulta a San Lazzaro allo scopo di ottenere altro spazio.
Data la morfologia della laguna ad acque basse che non superano i due metri di profondità quel materiale fu scaricato su una base di spezzoni di roccia calcarea ai bordi dell’isola allo scopo di prosciugare altre zone di fondale ottenendo infine quella forma rettangolare attuale.
Negli ultimi anni, dal 2002 al 2004, sono stati realizzati altri interventi di ristrutturazione con l’aiuto del Magistrato alle Acque di Venezia consolidando il muro perimetrale utilizzando, dove fu possibile, materiali preesistenti per il rinnovo della cavana e la sistemazione della pavimentazione dell’area di accesso nonché la ricalibratura dei fondali della darsena ed altre opere minori.
L’isola rimane soprattutto un approdo spirituale dove turisti e studiosi di ogni parte del mondo vi giungono per sanarsi l’anima oppressa dagli eventi quotidiani della vita e per una più chiara conoscenza della storia del popolo armeno.
Oggi la piccola comunità di San Lazzaro è costituita da un ristretto nucleo religioso che ha lo scopo di diffondere nel mondo il culto del suo paese. I tempi del lavoro negli orti ormai sono lontani. “Siamo intellettuali, siamo tutti sacerdoti e siamo impegnati a far conoscere la cultura armena ai nostri fratelli e agli stranieri con lo studio e la pubblicazione di libri specifici. Abbiamo una tipografia che esiste dal 1789, - dice Padre Vertanes. – Abbiamo anche scuole per armeni a Erevan, nella Repubblica Armena frequentata da circa venti ragazzi e un’altra vicino a Beirut. Una volta il Seminario esisteva anche qui e i suoi studenti divenivano vere personalità in ogni campo: ministri, bey, governatori e imprenditori dell’Impero Ottomano mostrandosi poi munifici per la Congregazione Mechitarista mediante regalie e lasciti di ogni genere compresi oggetti di grande valore che oggi costituiscono il patrimonio culturale dell’isola”.
E’ necessario qui accennare della storia tormentata dell’Armenia, un grande paese il cui territorio oggi è diviso tra la Repubblica Armena, Turchia e Iran. I primi segni di quella civiltà risalgono al regno di Urartu nel X-VII secolo a.C. che poi venne disperso dall’invasione dei Cimieri e degli Sciti. Seguì la soggezione alla Persia e dopo un breve periodo di indipendenza, piegato al vassallaggio di Roma; infatti, nel 114 l’Imperatore Traiano ridusse a provincia l’Armenia che più tardi riebbe l’indipendenza, ma dopo il 278 tra alternanze politiche fu divisa tra Bizantini e Persiani.
Superato un periodo di assoggettamento diretto ai Califfi Omayyadi l’Armenia ottenne una semi-indipendenza, ma in seguito, sopraggiunte nuove invasioni, il paese venne diviso in Piccola Armenia d’Occidente con capitale Edessa e in Grande Armenia d’Oriente subendo la dominazione di Selgiuchidi, Mongoli, Ottomani tra stragi e persecuzioni.
A tale riguardo, particolarmente feroce, è rimasto nella storia dei popoli il massacro degli armeni in Turchia all’ordine del Primo Ministro Talat Pascià tra il 1915 e il 1916, in seno al primo conflitto mondiale in Europa in cui sono stati eliminati circa 1.000.000 di persone tra le più elevate culturalmente, tale da essere considerato il primo genocidio del XX secolo. Un popolo tormentato, dunque, che ha subito spartizioni e sconvolgimenti politici da frammentarlo disperdendo le sue migliori menti e la sua cultura.
Il monastero di San Lazzaro custodisce alcuni veri tesori ed è veramente encomiabile il lavoro che i Padri mechitaristi hanno fatto nel corso dei secoli raccogliendo e conservando rare testimonianze della loro storia.
Una perla del convento è, senz’altro, la chiesa che risale al 1180, ricostruita nel 1348 dedicata a San Lazzaro.
Mechitar e i suoi monaci l’hanno ristrutturata rialzando, a causa dei frequenti allagamenti, il pavimento della navata centrale di 1,50 m, ricostruendo la copertura del tetto, sostituendo sei colonne a suo sostegno creando, così, le finestre più alte. Oggi la chiesa offre la stranezza delle vecchie finestre sulle pareti laterali raggiunte a metà dal sollevamento necessario della pavimentazione. Il sito religioso si presenta in un misto di chiesa cattolica del ‘300 veneziano con una forte impronta armena per i ricchi tappeti orientali che coprono gli scalini degli altari, nonché le decorazioni cromatiche del tetto.
L’altare maggiore è stato ricostruito con marmi policromi pregiati e spostato in avanti. In seguito sono stati eretti due altari laterali nella croce latina dedicati alla Natività della Santa Vergine e a Sant’Antonio abate e risistemate le cappelle dedicate alla Santa Croce e a San Gregorio Illuminatore, colonna del cristianesimo che ha convertito degli armeni alla fine del III secolo. L’Armenia fu il primo paese al mondo che accettò il cristianesimo come religione di Stato per la conversione del suo re Tiridate intorno al 301-303, cioè dieci anni prima dell’Imperatore Costantino.
L’abside della chiesa costruita soltanto nel 1898 contiene tre ampi finestroni verticali abbelliti da vetrate artistiche rappresentanti San Lazzaro, il Patriarca San Sahak e San Mesrop Mashtots, inventore dell’alfabeto armeno, realizzate a Innsbruck ed installate nella chiesa nel 1901. Il presbiterio accoglie la tomba del monaco fondatore Mechitar e nel dipinto di Francesco Zugno, allievo del Tiepolo riproducente Sant’Antonio si riconoscono i tratti somatici del Mechitar.
L’attività di studio e diffusione della cultura armena ha permesso ai sacerdoti della Congregazione di superare i tempi difficili dopo la caduta della Repubblica Veneziana e l’invasione dell’esercito francese. Il convento, intanto, aveva ricevuto il titolo di “Accademia Sancti Lazari” confermato da Napoleone nel 1810 grazie a uno suo aiutante armeno che presentò i religiosi di San Lazzaro come uomini di scienza. Ma a questo contribuì anche un piccolo stratagemma, come ci ha riferito Padre Vertanes: “Quando l’armata Napoleonica entrò a Venezia i sacerdoti sventolarono la bandiera dell’Impero Ottomano perché la maggior parte dei membri della Congregazione di quei tempi proveniva da quel territorio e Napoleone non volle inimicarsi chi si trovava sotto la protezione del suo alleato, il Sultano di Istanbul”.
Oggi alcune sale del complesso del monastero ospitano una parte dei cimeli e reperti acquisiti nei secoli, principalmente come frutto di donazioni. Tra le opere della pittura italiana ed europea si annoverano dipinti di Matteo Cesa, Luca Longhi, Francesco Zugno, Bernardo Strozzi, Sebastiano Ricci, del Padovanino, Brusaferro, nonché di artisti fiamminghi e armeni. Una grande tela che rappresenta l’ultima cena di Cristo del veneziano Pietro Antonio Novelli è esposta nella sala del refettorio dove i Padri pranzano in silenzio mentre uno di loro legge brani della Bibbia.
Abate Mechitar Una porta del corridoio del braccio meridionale del monastero immette nel Museo dove sono raccolti numerosi oggetti e reperti tra i quali diversi “ushapti” (statuette egiziane di valore apotropaico), terrecotte antiche, ceramiche e oggetti d’arte orientale, uno dei quali risale a 5000 a.C. ed è una statuetta di un “bey” con serpente attorno al collo proveniente dal Nord dell’Iran. Qui nel soffitto è esposto il celebre dipinto su tela del Tiepolo “La pace e la giustizia”, mirabile per grazia ed espressività, proveniente per donazione da Ca’ Zenobio di Venezia.
L’adiacente Biblioteca monumentale, realizzata da Mechitar nel 1740 in grandi armadi in legno di pero raccoglie migliaia di testi amanuensi ed il resto a stampa sino alla metà del Settecento. Tra le opere di scultura presenti in sala spicca quella del Canova raffigurante l’infante di Napoleone Bonaparte, erede al trono. L’intera Biblioteca conta circa 200.000 volumi tra i quali 150.000 in lingua armena e gli altri in diverse lingue occidentali. Ci sono 4000 manoscritti armeni dal VIII al XVIII secolo e molti libri di storia, filosofia e discipline varie dalle umanistiche alla letteratura critica, storica, artistica e persino di astrologia.
In una sala dedicata all’arte e alla storia armena sono conservati alcuni importanti reperti bronzei della civiltà di Urartu, numerose maioliche, argenterie, in gran parte di uso liturgico nonché un’ampia collezione numismatica armena.
Esiste anche una saletta dedicata a Lord Byron nella quale il poeta inglese è stato accolto durante il suo soggiorno a San Lazzaro nel 1816 e 1817. Il grande poeta si interessò di quell’isola particolare e vi giunse incuriosito per respirare la sua atmosfera e per studiarvi. Era affascinato dalla storia e cultura di quel popolo orientale al punto che ha imparato in sei mesi l’armeno classico ed ha tradotto dall’inglese all’armeno e viceversa diversi testi; con l’aiuto del suo insegnante, ha pubblicato la grammatica armena in lingua inglese e il dizionario armeno-inglese.
Sarebbe impossibile elencare tutti gli oggetti e tesori di indubbio valore che possiede oggi la Congregazione Mechitarista di San Lazzaro che continua a mostrare la sua dedizione alla scienza e alla cultura in genere di quel popolo.
Questo piccolo sito religioso ch’è situato nella laguna centrale a poche miglia marine a sud di Venezia e a un miglio dal litorale del Lido lascia nella memoria del visitatore vivide immagini e un profondo senso di serenità che invita a meditazioni sulla storia di un popolo poco noto. L’isola guadagnata al mare dalle mani dell’uomo resta lontana dalla frenesia del nostro tempo ed è ancora oggi un fulcro ideale per il dialogo interculturale tra Occidente e Oriente.
“La vita monastica è dura, - dice alla fine della nostra breve visita Padre Vertanes che è stato il nostro cicerone. – Ci alziamo presto e dedichiamo la giornata alla preghiera, alla Messa, allo studio e alla diffusione culturale”. Infatti studiare, stampare ed insegnare sono le attività che hanno sempre caratterizzato il lavoro di questi Padri che hanno trasformato San Lazzaro in un vivissimo punto d’incontro e di scambio culturale.
Aspettando il battello facciamo una breve passeggiata attorno all’edificio tra i pini che crescono solenni sulle zone laterali tra le cui chiome vediamo svettare il campanile. Alcuni visitatori riposano sulle panchine del piccolo giardino in completo “relax” sotto lo sguardo benevole e l’abbraccio bronzeo del fondatore Mechitar.
Si torna a Venezia con l’animo in sospensione spirituale tra le serene acque della laguna e con il cuore colmo di un ricordo indelebile.

Foto:
1. San Lazzaro – Venezia
2. Chiostro del Monastero
3. Abate Mechitar

Le piccole perle di Venezia

Venezia. Foto di Mario Tornello Le piccole isole dell’arcipelago di Venezia hanno la madre protettrice nella loro principale città ritenuta tra le più belle e visitate al mondo.
Venezia ha tanta storia umana e politica scritta sulle sue pietre dalle quali se ne ricavano, pur in fasi alterne, trionfi e sconfitte.
Una storia ricca di vicissitudini umane dense di capovolgimenti politici tali da rimettere a zero il suo corso vitale. L’alternarsi, però, di essi ha consolidato, nel tempo, la sua importanza politica e commerciale nel Mediterraneo ed altrove.
Le continue invasioni barbariche subite nei primi anni del Mille ed anche prima, hanno costretto questo popolo del Nord Italia a cercare rifugio in una zona paludosa della laguna veneta sulla quale, pur essendo malsana, vi ci si adattò a vivere tra difficoltà di ogni genere riguardanti l’approvvigionamento idrico e dei viveri.
Così, per necessità, la gente s’industriò, insieme ad altra di diversa provenienza a viverci occupando anche le isole minori dell’arcipelago.
Venezia iniziò, pertanto, a costruire la sua storia, secolo dopo secolo, con l’ingegno dei suoi primi conduttori: i Dogi che con una politica di buon governo ottenne, per diversi secoli, un costante benessere. Si arricchirono, così, di arte e di costruzioni che ancora oggi sorprendono per la loro magnificenza.
Con il florido commercio con l’Oriente si produssero su di esse meravigliose architetture infiorate da decorazioni come merletti che ancora fanno mostra di sé sul Canal Grande e tra i rii e le calli.
Venezia è la città della poesia scritta ovunque si posi l’occhio che ravvisa la sua lunga storia.
Ciò che abbiamo enunciato in apertura riguarda la città più nota al mondo che oggi si culla, altera, nella sua storia. Ma argomento della nostra esposizione non è tanto essa della quale sono stati stesi tali e tanti di quei scritti, arcinota com’è, bensì le sue isole minori che vivono protette dal loro capoluogo.
Il nostro vuole essere uno sguardo carezzevole su di esse che, pur perle dell’arcipelago, non hanno l’uguale risonanza dell’isola madre.
Non descriveremo, dunque, Venezia, ma rivolgeremo la nostra attenzione a queste isole minori che vivono nella sua ombra protettrice esprimendo la loro statica bellezza pur sotto toni diversi.
Ecco Murano, a pochi minuti di battello da Venezia, con un’attività tuttora florida, pervasa di poesia creativa. Ci riferiamo al suo artigianato, noto in tutto il mondo, frutto di ingegno e fantasia: la lavorazione del vetro.
Il turista che si accosti per sua conoscenza agli antri di fuoco delle fornaci è pervaso, certamente, da sorpresa e curiosità. Un’aura di mistero, infatti, aleggia sul lavoro dei maestri vetrai e assistere alla lavorazione ha un fascino particolare.
Si è attratti irresistibilmente e dopo un primo stato di sorpresa si legherà la vista all’oggetto vetroso che nasce dalle mani esperte del suo creatore.
Queste sono le fornaci dove si è invitati con simpatia ad assistere. Lì, l’oggetto vetroso prende forma nascendo dal fuoco come ventre materno la cui esecuzione raggiunge limiti sconosciuti alla nostra immaginazione.
E saranno calici d’estrema raffinatezza o animali fermati nelle pose più naturali o financo un lampadario creato in concorso con altre mani unite nella fantasia creativa.
C’è un passato storico di tale artigianato ch’è rimasto negli annali di questa isola.
Una di tali preziosità vetrarie per limpidezza e chiarori lunari, rimasta nella storia di Murano è stata creata da due maestri del settore: Giacomo Cappellin e il giovane Paolo Venini che hanno realizzato un lampadario di sessantaquattro braccia che oggi si fa ammirare a Londra, al palazzo del Parlamento e così un altro in quella che fu la favolosa reggia di Reza Pahlavi, Scià di Persia.
Le vetrine annesse dei laboratori traboccano di preziosi oggetti della fantasia artigiana fermati nella loro staticità dall’ingegno dei loro creatori.
Burano. Foto di Giovanna Tornello E’ dalla commistione di materia primordiale come il fuoco e l’arte di quei maestri nasce, come per gioco di prestigio, un’opera d’ammirare, dove i traslucidi ed i riflessi da caleidoscopio suscitano una suggestione impareggiabile. La cosa più felice è che tale vita artigianale sia ancora viva, da sfiorare quei confini che immettono all’arte pura e che nulla hanno da invidiare a quelle in bronzo, marmo, legno ecc.
L’arte vetraria, dunque, procede adeguandosi ai tempi usando nuove tecniche nella traccia di moderne vie di sviluppo.
Murano, il cui nome proviene da “Ammuriana”, una delle porte di Venezia è la città, da sempre inserita nella Venezia marittima che ebbe una certa autonomia sino al 1171, mentre dal 1275 venne retta da un proprio Podestà che, ottenuto il privilegio di potersi dare delle leggi garantite da un Maggior Consiglio, ottenne di coniare, persino, una propria moneta, l’“Osella”.
Divenne ben presto importantissima per la lavorazione artistica del vetro, grazie anche ad un decreto della Serenissima Repubblica del 1295 che sanciva il trasferimento di tutte le fornaci da Venezia: più di una volta, infatti, esse avevano provocato forti incendi aggravati dal fatto che le costruzioni a Venezia erano, in gran parte, in legno.
Concentrare le vetrerie a Murano servì, dunque, alla Serenissima a controllare meglio l’attività artigianale, gelosa di un’arte che la rendeva celebre in tutto il mondo.
I maestri vetrai erano tenuti in tale considerazione che solo loro, oltre i nobili, potevano sposare figlie di patrizi. Un maestro era, dunque, persona di prestigio e di assoluto rispetto.
I “mastri” vetrai considerati l’élite degli artigiani furono obbligati a vivere sulla loro isola e non potevano lasciare la laguna veneta senza un permesso speciale.
Molti tuttavia riuscirono ad espatriare esportando all’estero le loro celebri tecniche in fatto di vetro.
Si ebbe, così, a causa di tali defezioni una crisi economica che colpì quell’industria nel XV secolo quando iniziò la fabbricazione dei cristalli di Boemia, certamente ispirati ai vetri di Murano.
Tale concorrenza produsse una crisi cui non fu estranea l’imitazione dei lampadari, tutt’oggi tra i manufatti più noti di Murano.
Sotto Napoleone l’autonomia dell’isola, divenuta Comune, fu confermata, ma il dittatore, con i suoi scempi, ne depauperò le istituzioni e demolì diversi conventi e chiese (oggi se ne contano solo tre) e, lo stesso, sotto gli Austriaci che cancellarono gran parte del suo patrimonio storico e artistico mediante saccheggi e abolizioni.
Si ritenne che l’avessero fatto per frenare la concorrenza architettonica con Venezia. Potrebbe rispondere a verità, ma ricorrere allo scempio delle distruzioni è quanto di più deleterio possa produrre l’uomo.
Vero gioiello di architettura romanico-bizantino resta comunque la Chiesa dei Santi Maria e Donato che fu edificata nel XII secolo incorporando parte del precedente edificio del VII secolo di cui restano all’interno alcuni elementi decorativi di epoca romana. Magnifica è l’abside esagonale con doppio ordine di arcate, cieche nel primo e impreziosite da balaustra nel secondo, poggianti su colonne binate.
Di grande effetto visivo il contrasto cromatico tra il rosso del mattone in terracotta e il marmo bianco degli elementi portanti.
L’interno è decorato da suggestivi mosaici risalenti per lo più al XII e XIII secolo. La suggestione è sublime.
Interessante anche il suo Faro, una costruzione cilindrica in marmo d’Istria, molto importante nonostante la sua posizione alquanto arretrata rispetto al mare. Il fascio di luce, infatti, potenziato da un ingegnoso gioco di specchi, punta diretto al centro della Bocca di Porto del Lido, agevolando il rientro delle navi durante la notte.
Questa è Murano, nota in tutto il mondo per la sua architettura e storia, nonché per la poesia delle sue creazioni in vetro.
Venezia e Murano vere e proprie isole sorelle godono per certi aspetti di uguali caratteristiche in quanto alla loro morfologia riguardante rii, calli, larghi pavimentati di pietra chiara e mattoni rossi, nonché gli arredi degli stessi pozzi al centro delle silenziose calli ed ancora per il tipo di alberi che li arredano, ma anche per l’architettura essenziale cui contribuisce il fascino dei suoi merletti marmorei.
Murano resta la capitale del vetro testimoniato dal fatto che nel ’400, dalle sue fornaci sortì il vetro bianco trasparente che diede un impulso notevole alla nuova creatività di quei laboriosi maestri. Fu, dunque, una poderosa spinta al nuovo commercio specifico.
Tale invenzione è da attribuire al grande maestro Angelo Barovier che permise di incrementare la conoscenza del vetro nel mondo intero per circa duecento anni.
Chioggia Un’altra perla dell’arcipelago veneziano è Burano, ricca della storia che l’ha distinto.
Anch’essa gode di una caratteristica di estrema eleganza e notorietà infinita, in particolare per la lavorazione del merletto, paragonabile, come afferma una fiaba del medioevo, alla “spuma di un’onda marina realizzata da un gruppo di fate”.
Il paragone regge la realtà poiché dinanzi a tali lavori artigianali di grande specificità che hanno molto in comune con l’arte si resta stupiti che tale creativo lavoro sia stato compiuto soltanto a mano con una maestria, dispendiosa anche della vista.
A Burano numerosi commercianti, dall’umile banchetto fuori casa al negozio ben arredato, sono molti ad esporre tali gioielli per gli occhi e l’arredo casalingo e religioso mentre non è insolito notare nello stesso spazio espositivo qualche artigiana al lavoro in vista di tutti.
Storicamente l’artigianato del merletto risale al XV secolo, sostenuto in quel tempo dalla dogaressa Morosina Morosini prima e da Giovanna Duodo, moglie del Doge Pasquale Malipiero poi. Furono le prime donne autorevoli a proteggere e sostenere con iniziative tale artigianato.
Ancora oggi un certo punto di merletto si chiama “punto quattrocento” ch’è perfettamente uguale a quello del XV secolo.
La concorrenza francese, però, si fece sentire nella seconda metà del’700 per colpa del primo ministro Colbert alla corte del re Luigi XIV, il quale, per denaro e lusinghe fece giungere alla Reggia alcune merlettaie buranesi provocando quasi un’eguaglianza tra Parigi e Burano.
A nulla valsero i decreti della Serenissima Venezia che vietavano l’espatrio alle transfughe: iniziò, così, la crisi del merletto e perdurò fin sul tardo ottocento, quando, grazie agli sforzi della contessa Adriana Marcello e all’anziana maestra merlettaia Cencia Scarpariola (all’epoca ottantenne e quasi cieca) che il tradizionale “punto Burano” potè essere salvato e quindi tramandato.
Venne, pertanto, fondata a Burano una scuola e un laboratorio di merletti, sotto il prestigioso patrocinio della regina d’Italia Margherita di Savoia che contribuì alla sua salvaguardia e divulgazione.
Burano è un’isola tranquilla che scandisce le sue giornate come ferma nel tempo, uguale a certe incisioni dell’800, che vive del suo artigianato e non soltanto, poiché la pesca e il lavoro dei campi sono tra le sue fonti di vita.
I suoi campi di ortaggi, infatti, riforniscono ogni isola piccola o grande come Venezia e ciò è testimoniato dai tanti barconi colmi di ortaggi e pesce diretti alle varie isole sorelle.
Burano è un’isola che per la sua posizione è, in inverno, facilmente avvolta dallo stretto abbraccio della nebbia per cui (ecco la sua caratteristica) ogni abitazione è contraddistinta da un colore diverso dalle altre. Ne sortisce per l’occhio del visitatore un prisma altamente cromatico che affascina chiunque vi giunga in visita.
Tutti colori vivaci che rallegrano la vista.
C’è una diceria su tale caratteristica che afferma che la vivacità di colori sia nata, in tempi antichi, al fine di facilitare ai pescatori la distinzione nella nebbia della propria abitazione al momento del rientro, al mattino, dopo una nottata di pesca al largo.
Vera o presunta che sia tale versione se ne ricava che quelle allegre colorazioni conferiscono, ancora oggi, una visione caleidoscopica che rallegra gli occhi.
Da ricordare che per cambiare il colore di una casa durante il periodo del Regno d’Italia serviva chiedere il permesso al Sovrintendente.
I ponti e ponticelli in muratura che si susseguono di frequente per permettere l’attraversamento pedonale dei canali, sono alti quanto basti per permettere alle imbarcazioni di diporto e da trasporto la navigazione.
Il nome dell’isola, Burano, deriverebbe da “Boreana”, uno dei quartieri della città romana di Altino, le cui prime abitazioni erano poste su palafitte con le pareti composte di canne e argilla e solo a partire dall’anno mille furono costruite in mattoni di terracotta.
Il cuore della cittadina è Piazza Baldassare Galuppi, realizzata interrando un canale, sulla quale si affaccia la chiesa di San Martino. Il suo campanile è caratterizzato da una forte pendenza dovuta al parziale cedimento del suo basamento, costituito, come molte parti di Venezia, su palafitte.
Non si può parlare di Burano senza accennare il nome e la vita del suo figlio più illustre: Baldassare Galuppi, detto appunto “il Buranello” che fu compositore e autore teatrale, le cui opere furono rappresentate anche a Londra. Chiamato in Russia dalla zarina Caterina II, in qualità di compositore di corte (1765-68) collaborò con Carlo Goldoni nella stesura dei libretti delle sue opere teatrali. Compose oltre cento opere liriche, musica sacra e lavori strumentali.
Non molto distante da Burano si scorge la verde Isola di San Francesco del Deserto che secondo un’antica storia, nel 1220, durante una tempesta, vi sia sbarcato San Francesco d’Assisi in compagnia di Frate Illuminato da Rieti, di ritorno dal loro pellegrinaggio in Terra Santa. Così prese tale nome.
Altra isola minore è Torcello, una mini-frazione di Venezia situata sull’isolotto omonimo nella parte più a nord della laguna che fu abitata, già in epoca romana, come luogo di villeggiatura della nobiltà di quel tempo.
I resti di alcune costruzioni lo testimoniano.
Si ritiene che il nome derivi da “Torricellium”, nome della principale torre di guardia di Altino.
Divenuta nel VII secolo sede vescovile e centro amministrativo delle varie isolette lagunari, ebbe un lungo periodo di floridezza economica che durò fino al IX secolo, quando l’isola si avviò a progressiva decadenza dovuta a motivi di malversa amministrazione, arricchimenti illeciti degli amministratori locali e quant’altro.
A seguito dell’inarrestabile declino, gli edifici andarono in rovina o furono smantellati per fornire laterizi e materiale da costruzione per lo sviluppo edilizio di Venezia. Divenne, perciò, quasi una cava di pietra subendo ogni saccheggio fino ai primi dell’800.
La sua Cattedrale fu eretta nel VII secolo e ricostruita nell’XI. Il semplice esterno è preceduto da un portico quattrocentesco; l’interno, tripartito da colonne con splendidi capitelli corinzi è concluso da un presbiterio sopraelevato con cripta sottostante del IX secolo. Magnifici il pavimento di marmo ad intarsi policromi e l’imponente decorazione a mosaico che ricopre tutte le pareti.
E’ uno dei gioielli architettonici più interessanti della laguna veneziana ch’è stato risparmiato da ruberie e vandalismi nelle varie epoche.
La Giudecca, altra isola, si trova a circa 400 metri a sud di Venezia ed è separata dalla città dall’omonimo Canale. Fu abitata sin dal IX secolo e il cui nome era “Spina longa”, dovuto al suo profilo lungo e stretto, simile ad una lisca di pesce e il tratto di laguna tra la Giudecca e Venezia si chiamava “Canale Vigano”.
Più tardi il nome divenne “Zuecca” ed infine Giudecca perché in questa parte della città vennero confinati gli Ebrei o “Giudei” i quali nel 1298 furono trasferiti in terraferma dove, intorno al 1516, vennero costretti a risiedere formando il Ghetto di Venezia.
La Giudecca, così, divenne un luogo esclusivo per la nobiltà dell’epoca con ville più o meno ricche.
L’isola visse, in conseguenza, un periodo di splendore per la costruzione di palazzi, ville con orti, chiese e conventi (ce n’erano ben otto).
Il punto d’interesse principale della Giudecca si può considerare, senza dubbio, la Chiesa del Redentore in stile neoclassico (iniziata nel 1577 dal Palladio e portata a compimento nel 1592 da Antonio da Ponte) e fu eretta, per volere del Senato a seguito della fine della terribile pestilenza del 1575-76 che decimò la popolazione delle isole, uccidendo oltre 45.000 persone.
In tempi passati ogni terza domenica di luglio la Signoria e la popolazione tutta si recavano, per devozione, in visita alla chiesa per assistere ad una funzione religiosa in memoria dei defunti.
All’interno sono visibili alcuni pregevoli dipinti di Paolo Veronese e di Jacopo Palma il Giovane. L’arredo architettonico è superbo.
Ma rimanendo nell’ambito delle sue caratteristiche specifiche è da indicare, a suo pregio, la costruzione, sin da tempi lontani, delle barche particolari da trasporto o da diporto, le arcinote gondole dalla forma elegante e slanciata che soltanto a Venezia e le sue isole minori possono incontrarsi, sia cariche di mercanzie e derrate alimentari che di turisti incantati a godere di una visione cittadina indimenticabile.
Alla costruzione di tale imbarcazione lavorano decine di artigiani, fra cui remieri, battilori, intagliatori e indoratori.
Composta di 280 pezzi diversi, sono fabbricate con vari tipi di legname (rovere, larice, abete, tiglio, olmo, noce, mogano, ciliegio), a ciascuno dei quali corrisponde una funzione precisa, strutturale o ornamentale.
La gondola è stata, fino all’avvento dei mezzi motorizzati, l’imbarcazione unica veneziana, la più adatta al trasporto di persone ed altro per la sua manovrabilità.
La sua costruzione, che richiede in media oltre un anno di lavoro, viene eseguita negli “squeri”, piccoli cantieri navali, un tempo frequentissimi lungo i canali veneziani, composti da un basso capannone e da uno spazio antistante, all’aperto, con uno scivolo volto all’acqua. Di tali cantieri ne sono rimasti soltanto quattro: due alla Giudecca e due al quartiere Dorsoduro della città.
E’ nello “squero” che prende vita, sotto le mani esperte dei maestri d’ascia, lo scafo con la sua forma snella e bizzarra e vi si assemblano le decine di parti diverse realizzate da manovalanze specializzate.
Lunga poco più di 11 metri e larga 1,42, con il lato sinistro più ampio di quello destro, la gondola può essere condotta da uno, due o quattro rematori. L’asimmetria serve a semplificare la conduzione a un solo remo.
Malgrado la considerevole lunghezza, la gondola è estremamente maneggevole, grazie al suo fondo piatto e alla ridotta porzione di scafo immersa e rimane l’unica imbarcazione ideale per muoversi negli angusti spazi dei canali veneziani. E questo nonostante i suoi 500 chili di peso, quando è disarmata, che salgono a 600 con il “parecio” (la guarnitura).
Uno spettacolo indimenticabile per chiunque è la gara che si svolge sul Canale Grande ogni anno che richiama decine di migliaia di spettatori.
Gli autori a Venezia, 2003Altra isola dell’arcipelago, nota per bellezza architettonica e poesia dell’insieme è Chioggia dalle caratteristiche diverse dalle isole già descritte, a motivo dell’imponenza dei suoi fabbricati e stile architettonica da essere paragonata per bellezza alla celebre Venezia, nonché per l’atmosfera che vi si respira, molto simile alla città madre.
Su un tono superiore alle isole già descritte, possiede tutte le proprietà della piccola città lagunare avvolta in un alone di poesia.
Chioggia si trova su una piccola area peninsulare adriatica, fra la laguna veneta ed il delta del fiume Po.
Il celebre commediografo Carlo Goldoni che abitò per alcuni anni a Palazzo Poli ha ambientato in questa città una delle sue commedie più prestigiose, “Le baruffe chiozzotte”, rappresentata per la prima volta al Teatro San Luca di Venezia nel 1762 con tale successo che ancora oggi si ripete.
Così lo stesso Goldoni la descrive nella prefazione alla commedia: “Chiozza è una bella e ricca città, venticinque miglia distante da Venezia, piantata anch’essa nelle Lagune, isolata, ma resa penisola per via di un lunghissimo ponte di legno che comunica colla terraferma…” (oggi scomparso).
La città, di origine romana, viene denominata la “Piccola Venezia” appunto per le caratteristiche urbanistiche della zona antica molto simili a quella di Venezia.
A Chioggia – sorta di isola collegata alla terraferma da poche strade rotabili – sono presenti, quindi, al pari di Venezia, calli, campi e canali. Il principale – dal punto di vista turistico, per la tipicità dei palazzi e delle chiese che vi si affacciano – è il Canal Vena, attraversato da nove ponti.
Il più imponente è il Ponte Vigo che chiude il canale a ridosso della laguna conducendo alla piazza omonima principale con la stazione dei battelli e nella quale troneggia una colonna sormontata dal leone di San Marco, simbolo dell’orgoglio veneto, ma ironicamente chiamato dai veneziani “el gato” (“il gattone”) perché di dimensioni molto inferiori a quelle del leone di Venezia e, causa, nel tempo passato, di forti litigi: le famose “baruffe” tra veneziani e chioggiotti.
Numerose sono le chiese presenti nel territorio. Fra queste la chiesa di Sant’Andrea del 1700 che ha al suo fianco una torre in stile romanico – detta Torre dell’Orologio – risalente all’XI-XII secolo e, un tempo, torre di difesa e di avvistamento militare.
Possiede al suo interno l’orologio da torre più antico d’Italia realizzato da Giovanni Dondi dell’Orologio; preceduto solo da quello di Salisbury in Inghilterra.
D’inverno, Chioggia, avvolta nella sua nebbia assume lo scenario immaginario di un film di ambientazione ottocentesca in cui ogni scena quotidiana dei suoi abitanti sembra avvenire tra dissolvenze incrociate che la sospendono in un atmosfera quasi onirica.
La poesia di Chioggia è innegabile e ha molto in comune con quella di Venezia della quale è sorella minore.
Una descrizione, pur sommaria, di queste isole minori della laguna veneziana è quanto ci siamo proposti d’esporre definendole come autentiche perle di quel paesaggio.
Il nostro è un omaggio a queste piccole porzioni di terra dove tanta storia e vicissitudini umane vi sono scorse.
Tali scenari lagunari visitati con animo e occhi attenti e sensibili resteranno nel cuore a loro testimonianza.

Foto:
1.Venezia. Foto di Mario Tornello
2.Burano. Foto di Giovanna Tornello
3.Chioggia
4.Gli autori a Venezia, 2003

Prato vestiva anche i Romanoff

Duomo di Prato La provincia italiana, sin dai tempi più remoti, ha contribuito con le proprie testimonianze all’espansione economica e culturale d’Italia.
Una storia, quella della provincia, che ci racconta della sua partecipazione agli eventi più eclatanti della nazione.
Pur in tale panorama sono nati in essa, nei secoli, i contrasti più accesi politicamente che hanno, però, contribuito ad imprimere orme incancellabili di alto valore.
L’Italia minore, infatti, possiede testimonianze architettoniche e d’arte di ogni genere che hanno segnato il tempo trascorso.
Non c’è provincia che non conservi gelosamente le proprie perle architettoniche, d’arte e di oggettistica.
Prato, in Toscana, ha le chiare caratteristiche di una città medioevale minore, per le sue strette vie e caseggiati sui toni chiari che si aprono d’improvviso in larghi spazi infiorati da una architettura religiosa o istituzionale d’altri tempi.
Prato è una città dalla planimetria a tela di ragno che, mantenendo un aspetto di provincia, vi traspare, insieme alla compostezza dei suoi abitanti, un’aria di serenità e benessere.
Alcuni recenti ritrovamenti archeologici nella sua periferia testimoniano che il suo territorio collinare è stato abitato, sin dal Paleolitico superiore. Anche nell’attuale centro storico sono documentati rinvenimenti, pur sporadici, di utensili del neolitico e dell’età del bronzo.
La piana pratese fu abitata dagli Etruschi, gente laboriosa e ingegnosa segnando l’inizio di un’era molto progredita in ogni senso.
E di altri ritrovamenti si ebbe notizia, nel 1997, di resti di un agglomerato urbano etrusco alla periferia della città di oggi, nell’area detta di Gonfienti. Gli scavi hanno dimostrato che tale città risalente al VI secolo a.C., non era affatto piccola e vi si praticava, già, la tessitura e la filatura della lana.
Le radici di Prato d’oggi sono, dunque, molto antiche.
All’interno delle sue mura è stata rinvenuta una “domus” di circa 1440 mq (la più grande dell’Italia antica, prima della Roma imperiale).
Tutta la zona di Prato fu, poi, interessata dalla presenza dei Bizantini e, successivamente, occupata dai Longobardi che si attestarono, soprattutto, nelle aree collinari.
La storia della città d’oggi è testimoniata a partire dal X secolo. I due primi nuclei urbani d’origine si fusero nel corso dell’XI secolo ed i signori del “Castrum Prati”, gli Alberti, ottennero l’investitura imperiale di “Conti di Prato”.
Per due secoli Prato conobbe una forte espansione urbana dovuta alla fiorente industria delle stoffe in lana e seta e alla grande devozione verso una reliquia appena giunta in città: la “Sacra Cintola”, la cintura che, secondo un’antica credenza, ricevette San Tommaso dalla Vergine durante l’Assunzione. La reliquia sarebbe giunta a Prato nel 1141, portata da un certo Michele, pellegrino pratese, di ritorno dalla Terra Santa.
La città ebbe molte vicissitudini politiche e nel 1326, per sottrarsi alle mire espansionistiche di Firenze e alle proprie lotte interne tra le famiglie più emergenti, si sottomise alla Signoria di Roberto d’Angiò, re di Napoli, ma il 23 febbraio 1351 Giovanna d’Angiò, di sua iniziativa, vendette la città a Firenze per 17500 fiorini d’oro, rimanendone legata circa l’amministrazione.
Gli interessi economici avevano superato quelli territoriali.
Il Duomo, a strisce orizzontali in pietra bianca e marmo verde, esaltato da uno grande spazio antistante, è una delle perle d’Italia per la sua composta architettura e per i meravigliosi affreschi all’interno, in due cappelle, di Filippo Lippi e Paolo Uccello riportati, pochi anni fa, all’antico splendore dopo cinque anni di restauro.
L’elegante altare settecentesco in argento e marmi pregiati è coronato da una “Madonna col Bambino” (1300 ca.), capolavoro di Giovanni Pisano.
Accanto alla Cappella della Sacra Cintola è collocata un’altra sua opera: un piccolo “Crocifisso” ligneo (1300 ca.), opera di altissimo pregio.
Una perla particolare incastonata in tale Duomo è, poi, il pulpito scolpito in pietra che splende all’esterno del religioso edificio, sul suo angolo sinistro, opera di Michelozzo, decorato da Donatello. Un vero gioiello architettonico che esalta la facciata del XII secolo.
Prato è una ricca provincia toscana che per le sue fabbriche di tessuti è stata, dal XII secolo, luogo di fervida attività artigianale riguardante pregiati tessuti di lana e cotone, da essere richiesti dai casati più ricchi di ogni parte d’Europa.
Una di tali nazioni committenti è stata la Russia degli zar e dei suoi aristocratici, i quali, per diversi secoli, amarono curare il loro aspetto con pregiate stoffe.
Oggi il Museo del Cremlino, insieme a quello dell’Ermitage e al Museo di Stato di San Pietroburgo hanno aderito all’invito della città toscana di esporre le proprie preziosità tessili attraverso le ricche vesti degli zar che, nel tempo, si sono succeduti e degli ecclesiastici, molte delle quali realizzate, sin dal 1300, proprio a Prato.
La mostra è, dunque, un’occasione unica per ammirare tali finezze artigianali che documentano i vari secoli di raffinata esecuzione.
La preziosità dei tessuti esposti è evidente anche ad un occhio inesperto, sia per le trame in rilievo che per il cromatismo che indicano i cardini su cui è fondata quell’industria.
Il primo ambasciatore a giungere in Italia dalla Russia sembra risalire al 1461.
Pochi anni dopo un altro ambasciatore giunse a Roma, emissario di Ivan III, Giovanni Battista della Volpe, con il preciso scopo di combinare il matrimonio del suo zar con Zoe Paleologa, della dinastia degli Imperatori di Bisanzio.
Il matrimonio avvenne per procura nel 1472. A Zoe, divenuta Sofia, si deve l’arrivo a Mosca di artisti e artigiani italiani specializzati del settore tessile.
Iniziarono, così, rapporti commerciali e Galeazzo Maria Sforza, Duca di Milano, nel 1476, inviò in dono ad Ivan III pezze di broccato d’oro, mentre Lodovico il Moro ricevette nel 1493 da ambasciatori russi pelli di zibellino e zibellini vivi.
I rapporti commerciali iniziati sotto buoni auspici si moltiplicarono e tra le varie mercanzie di alta qualità, quella tessile fu la più richiesta.
Si intrecciarono, così, solidi rapporti commerciali, grazie alla costruzione, nel 1585 del porto di Arcangelo sul Mar Baltico, alla foce della Dvina conseguente al rafforzamento del porto di Livorno in Italia presso il quale, su nave olandese, arrivarono, nel 1656, gli ambasciatori russi, dopo molti anni di assenza. Erano diretti a Venezia, guidati da Ivan Ivanovich Chemodanov trovando accoglienza, a Livorno, in casa del console inglese.
Il Governatore di Livorno, Antonio Serristori narrava di aver osservato negli ambasciatori russi dei buoni selvaggi rivestiti di sete, oro, zibellini e pietre preziose e raccontò pure delle loro abitudini scarsamente civili di dormire ammassati, di lavarsi poco e di effondere cattivo odore, di bastonare i servi, nonché di adocchiare vogliosi ogni bella donna che incontrassero.
I rapporti commerciali tra l’Italia e la Russia non andarono, però, oltre i canonici scambi di zibellini e tessuti d’oro fino al XVIII secolo quando Cosimo III de’ Medici si interessò della Russia, soprattutto per attendere al suo progetto di arrivare in Cina e ai loro prodotti senza dover acquistarli dai Portoghesi. E, curioso del paese, ne chiese notizie ad agenti commerciali toscani che risiedevano ad Amsterdam e a Mosca.
Inviò, pertanto, doni a Pietro I il Grande per ingraziarselo: un tornio e una fiaschetta preziosa, contenente un liquido essudato dalla reliquia di S. Nicola di Bari, venerato protettore della Russia.
Pietro, di cui si conservano nell’Archivio di Stato di Firenze parecchie lettere, ricambiò con una bussola tornita di sua mano in avorio e alcuni preziosismi drappi cinesi tessuti ad arazzo, in seta e oro, provenienti dalle sue collezioni; oggetti che ancora si conservano a Palazzo Pitti di Firenze e visibili alla Mostra di Prato.
Tra il XVI e la prima metà del XVIII i monarchi russi intrapresero numerosi tentativi di avviare una propria produzione di tessuti in seta con eleganti motivi ornamentali senza, però, ottenere risultati significativi a livello mondiale come si desiderava.
Justus Sustermans L’ambasciatore Ivan Chemodanov, 1657 ca. Fino al XVIII secolo la produzione di tessuti di seta a Mosca non ottenne una grande diffusione, ma cambiata la situazione commerciale cominciò ad essere apprezzata in Russia; in particolar modo, perché nei dintorni di Mosca, sorsero manifatture private per la tessitura della seta per la corte reale, di proprietà di mercanti e cortigiani, quali, ad esempio, quella dei principi Jusupov nel villaggio di Kupavino e un’altra della famiglia Lazarev nel villaggio di Frianovo.
Dai bilanci di quest’ultima fabbrica, tra il 1765 e il 1820 si ebbe, infatti, una crescita significativa della produzione con un conseguente ampliamento della varietà dei tessuti. I Lazarev impiegarono ingenti quantità di denaro per assumere artigiani europei nella fabbrica di Frianovo: vi lavoravano, infatti, “i più raffinati maestri filatori fatti venire dall’Italia”, come si disse.
I maestri italiani portarono in Russia una cultura plurisecolare di produzione di filati di seta di alta qualità e di elaborazione di magnifici motivi ornamentali.
Tali maestri filatori lasciavano Firenze e Venezia non solo alla ricerca di un guadagno migliore, ma anche a causa della brusca caduta della produzione dei tessuti in patria.
Le manifatture italiane che nella produzione delle sete si attenevano strettamente alle antiche tradizioni e agli “standard” del passato, attorno alla metà del XVIII secolo, erano stati costretti a cedere definitivamente alla concorrenza delle manifatture francesi.
La mancanza di ordini in Italia costrinse, dunque, i maestri tessili a cercare impiego all’estero. Di queste vicende tratta la commedia “Una delle ultime sere di carnevale” di Carlo Goldoni, del 1762, il cui protagonista parte appunto per la lontana Moscovia in cerca di lavoro.
Oltre agli italiani, nella fabbrica lavoravano disegnatori e tintori provenienti dalla Francia, a loro volta impegnati anche nella formazione dei maestri russi.
La fabbrica dei Lazarev era una delle migliori fabbriche russe di tessuti serici del suo tempo, mentre già nel XIX secolo la Russia occupava uno dei primi posti in Europa per produzione tessile.
La Mostra di cui qui si tratta si può ammirare nelle vetrine del “Museo del Tessuto” di Prato, tra gli utensili e macchinari ottocenteschi, grandi e piccoli, in legno e in ferro di quell’attività che in antico erano i mezzi dei quali si servivano gli operatori specialisti di quel settore.
Nella Mostra la ritrattistica che si accompagna ai tessuti d’epoca esposti si equilibra perfettamente con i ritratti di noti personaggi del passato storico russo ed italiano ed è nota interessante sottolineare che alcuni personaggi ritratti da grandi artisti vestono abiti d’epoca perfettamente uguali ai costumi esposti in vetrina.
Tra quelli di notevole valore sono il Paliotto di Papa Sisto IV proveniente dalla Basilica di San Francesco d’Assisi, nonché le Credenziali dello zar Alexei Mikhailovich a Ferdinando II del 1663 dell’Archivio di Stato di Firenze nonché l’opera di Tiziano Vecellio “Ritratto di giovane donna” e di Paris Bordon con “Ritratto d’uomo con pelliccia” ed ancora “Venere, Flora, Marte e Cupido” provenienti da San Pietroburgo e Firenze.
Si possono ammirare i ritratti di Ferdinando II de’ Medici e dei sovrani russi Alexei Mikhailovich Romanoff e suo figlio Pietro I il Grande insieme agli abiti di quest’ultimo, compresa la sua camicia di battesimo e una piccola croce provenienti dal Museo dell’Ermitage.
Ma un vero interesse suscita il ritorno, dopo quasi due secoli, la celebre tela “Circoncisione” di Ludovico Cardi, detto Cigoli, realizzata per la chiesa di S. Francesco a Prato, trasferita in Russia nel 1825 che è tornata al suo luogo d’origine in occasione della mostra, grazie all’eccezionale prestito dell’Ermitage di San Pietroburgo.
Una mostra, questa, di Prato che onora la città toscana anche per l’eccezionale contributo dei tre più noti musei russi i quali hanno rafforzato i legami culturali tra le due nazioni.

Foto:
1.Duomo di Prato
2.Justus Sustermans “L’ambasciatore Ivan Chemodanov”, 1657 ca.

All’ombra degli Etruschi

Cerveteri, Tomba delle cinque sedie Una tra le più importanti arterie viarie che da Roma si dipartono per l’Italia intera è l’Aurelia, tracciata verso la metà del III secolo a.C. dal Console Aurelio Cotta che collega Roma a Cerveteri, luogo d’insediamento etrusco.
Serviva, evidentemente, per tenere sotto controllo immediato quella nuova provincia da poco passata sotto il dominio di Roma.
La Cerveteri di oggi è un luogo ameno, ordinato, da buona provincia italiana dove le nuove unità abitative hanno l’impronta del buon vivere e del tempo che scorre sereno.
Il riferimento alla vita sociale della Cerveteri di oggi è in contrasto con il motivo per cui siamo stati in visita alla sua “città dei morti” che si estende immensa nella campagna circostante l’abitato odierno.
Condotti sul posto dal pittore Giuliano Gentile, autore dei disegni qui riprodotti ed infaticabile cultore del luogo antico siamo stati accolti da un gruppo di volontari del GAR (Gruppo Archeologico Romano).
Con loro siamo penetrati nel Parco archeologico, poco distante dalla Cerveteri di oggi, dove il percorso umano di quella gente scomparsa si è concluso.
Si pensi ad un territorio immenso, verdeggiante, di 170 ettari circa, punteggiato da pini, querce e cipressi centenari che svettano come unica nota viva tra le numerose tombe a cupola o quadrate scavate nel tufo che abbonda sovrano in quella zona.
Le poche vie tracciate tra di esse nella campagna sono costeggiate da tumuli di forma e accesso diversi. Molte delle tombe hanno un ingresso che s’infossa obbligo verso il basso mediante breve scala ricavata per estrazione come le stanze sotterranee.
Qualcuna di esse, tra le più ammirate, in genere alla profondità di circa cinque metri, è appartenuta ad una famiglia facoltosa ed è comprensiva di diverse stanze ai lati di un breve corridoio d’ingresso (“dromos”).
In tali stanze, più o meno anguste, sono stati ricavati con la stessa tecnica estrattiva, addossati alle pareti e in basso, dei letti sui quali venivano posti i corpi dei defunti fasciati da lunghe bende e lasciati in compagnia di piccole rozze sculture anch’esse in tufo, a testimonianza della persona che aveva lasciato il mondo dei vivi.
In tali brevi spazi sotterranei spira chiaramente un’aura di mestizia che induce alla riflessione sulla vita.
Sin dal secolo XV sono state portate alla luce diverse tombe anche se casualmente, ma nell’800 si è proceduto ad un lavoro più sistematico pur perdendo quanto veniva scoperto perché era prassi impossessarsene in parte. Tra di esse, la “Tomba delle Cinque Sedie” di recente scoperta è uno tra gli esemplari più notevoli di tale zona ancora vietata al pubblico.
Scoperta nel 1866 dai Castellani, ricca famiglia di orafi è situata ai margini occidentali del pianoro in località “Banditaccia” e risale alla seconda metà del VII secolo a.C. (650-625 a.C.).
Da essa sono state asportate cinque rozze figure che stavano su dette sedie; due delle quali ridotte a pezzi e perdute, due esposte al British Museum di Londra e la rimanente ai Musei Capitolini di Roma.
Costituita da tre camere e “dromos” di accesso, il sepolcro prende il nome dai cinque sedili o tronetti ricavati in sequenza nella parete bassa della stanza di sinistra.
Gli ingressi alle tre camere sono caratterizzati da tre archi di breve altezza e il “dromos” a scalini è orientato verso nord-ovest dove gli etruschi ponevano l’aldilà.
E’ una tomba di modeste dimensioni, ma è un “unicum” per la disposizione e la funzione dei suoi tre distinti ambienti.
Di grande interesse le due celle laterali: quella di destra presenta una mensa in tufo dalle gambe concave per probabili piccoli sacrifici e posa di offerte, mentre quella di sinistra (2,80 m x 2,50 m) è arredata dalle cinque sedie ad elementi lineari con spalliera cruciforme, poggioli e sgabelli poggiapiedi. In un angolo è visibile una sorta di cesto in tufo scavato, di forma cilindrica, destinato a contenere vivande e offerte.
In tale zona agreste si è scavato di recente per aver individuato un ampio spazio come piazza, al di sotto del livello della campagna circostante, ad una profondità di cinque metri circa, sulla quale si affacciano alcune tombe a camera; certamente un luogo d’incontro di chi vi commemorasse i defunti.
Tale spazio può essere considerato la “più bella e più grande piazza di tutta l’Etruria”(forse, l’unica) finora rinvenuta.
Uno spazio suggestivo, di 25 metri di lunghezza e 10 di larghezza, posizionato a cinque metri sotto l’attuale livello della campagna sul quale si affacciano ben 12 tombe, di cui 5 a “camera”, 4 a “fossa” (cosiddette alla “cappuccina”) e 3 di bambini. Una è databile al IV secolo a.C. e un’altra del V secolo a.C.
Durante la ripulitura sono stati ritrovati numerosi cippi funerari e uno specchio in bronzo.
La visione agreste prende l’anima del visitatore: un luogo infiorato da un’estesa superficie di ulivi centenari, attraverso i quali un mare smaltato d’indaco occhieggia a breve distanza.
E’ stato assodato con timidi sondaggi che sotto tale uliveto si estende, ancora per grande spazio, questa città dei morti e che, dunque, in minima parte è stata portata alla luce.
Detta necropoli della Banditaccia è posta su un'altura tufacea a nord-ovest di Cerveteri e contiene molte migliaia di sepolture (la parte recintata e visitabile rappresenta soli 10 ettari di estensione e conta circa 400 tumuli), dalle più antiche del periodo villanoviano (IX secolo a.C.) alle più “recenti” del III secolo a.C.
Dal VII secolo a.C. si hanno due tipi di sepoltura: quelle a tumulo e quelle “a dado” e sono allineate in alternanza lungo le vie sepolcrali. Nella parte visitabile ci sono due di queste vie: via dei Monti Ceriti e via dei Monti della Tolfa, risalenti al VI secolo a.C.
Una caratteristica di questi interni sepolcrali è, spesso, la realizzazione del tetto, ottenuto con la solita tecnica estrattiva della massa rocciosa e riproduce fedelmente il tetto delle abitazioni dei tempi in cui furono scavate: a capanna, ossia con due pendenze e a cubo con il tetto retto, a modello, certamente, dei loro siti abitativi.
Tali spazi funerari, appunto perché sotterranei, in genere sono freschi, se non umidi e confortano per pochi minuti il visitatore che si affanni a visitarli sotto il sole.
L’immenso spazio verde che custodisce tali reliquie funerarie, si pensa, non sia che un terzo delle tombe che rimangono sottoterra, molte delle quali sono site in spazi privati e perciò inaccessibili dove impera solenne l’ulivo.
Le possibilità economiche, in ogni tempo, hanno segnato la vita degli uomini e così si dovrà parlare necessariamente della “Tomba dei Rilievi”, una tra le più imponenti ed ammirate, risalente al IV secolo a.C. appartenuta alla famiglia dei Matunas, come si legge in una iscrizione: l'interno di essa, mantenuto in condizioni ottimali, permette di osservare sulle pareti e sulle colonne portanti, al centro di essa, gli splendidi rilievi colorati che riproducono attrezzi di lavoro quotidiano, armi e figure realizzati con un amalgama di cemento e gesso e dipinti con colorazioni vistose, ancora in buono stato di conservazione perché protetti da un robusto vetro all’ingresso al fine di evitare il riflusso dell’aria ed il fiato dei visitatori.
E’ uno spazio rettangolare dell’ampiezza di sette metri di larghezza e quattro di lato, ed in basso, all’altezza di quasi un metro dal pavimento, quelli che sembrano sedili in tufo e che, in realtà, sono letti funerari su cui vi venivano adagiati i corpi fasciati dei defunti, accanto ai quali venivano lasciate delle offerte cibarie compreso il vino.
Il luogo sotterraneo, illuminato da quattro fari posti agli angoli superiori della camera mostra con toccante verità l’ultima dimora di quella famiglia dove la venerazione per chi passava a miglior vita è palese.
Le tombe più imponenti per spazio e decorazioni, certamente appartenevano ad un ceto aristocratico o di commercianti e custodivano i resti di uno stesso ceppo familiare.
La caratteristica evidente di tale città dei morti è il tufo, materiale incoerente eruttato dai vulcani durante la fase esplosiva delle origini terresti e poi consolidato e cementato, senza il quale non sarebbe stato possibile affidare alla memoria tali vestigia cimiteriali risalenti dal VII al I secolo a.C.
Un ricordo indelebile della visita in questo luogo silenzioso, soffuso di umori silvestri, fuori dal tempo è il canto di uccelli ed il frinire delle cicale, uniche voci al di sopra di quelle sommesse dei visitatori che appaiono d’improvviso e così scompaiono dietro gli imponenti tumuli circolari del diametro intorno ai dieci metri per un’altezza intorno ai cinque, ricoperti da un ammasso terroso semisferico verdeggiante.
Il sole picchia e dopo qualche ora di visita a piedi il passo rallenta e si fa pesante, per cui il solito masso levigato dinanzi ai loculi diviene meta di sosta con uno sguardo alla cartina topografica ricevuta all’ingresso di questo particolare museo.
Nella sosta c’è altro che ci conforta la vista: è la visione e l’olezzo di enormi cespugli di ginestre di un giallo luminoso che si stampano nell’azzurro del cielo per la predilezione di allignare al di sopra dei tumuli, sulla parte erbosa semisferica.
Visitare tale luogo storico di Cerveteri è come proiettarsi indietro nel tempo, a più di duemila anni ed, in un certo senso, vivere con lo spirito di oggi un brano minimo della vita di quanti vissero in quei luoghi.
Questa confortante sosta, seduti su uno dei massi tufacei all’ingresso di ogni loculo ci fa notare un’altra caratteristica che li distingue: quella di essere scavati ad indicazione di ciò che nel passato contenevano: vasi in terracotta a custodia delle ceneri di un defunto. E’ acclarato così che molte salme venissero cremate.
Accanto a tali massi ce n’è sempre un altro, in genere cubico che reca su di sé due immagini tufacee: un corto cilindro ed accanto un’altra a forma di casa.
Il primo come simbolo fallico rappresenta l’uomo che vi è sepolto e l’altra a forma di casa ad indicazione poetica della donna che accoglie e custodisce.
A proposito di tali zone archeologiche, dal luglio 2004 la necropoli della Banditaccia, insieme a quella dei Monterozzi di Tarquinia sono entrate a far parte della lista dell’Unesco quali “Patrimonio dell'umanità” e continuando nella descrizione è da marcare che gli Etruschi si sono affermati in una vasta area denominata Etruria corrispondente alla Toscana, all’Umbria fino al fiume Tevere e al Lazio settentrionale con propaggini in Campania e verso la zona padana dell’ Emilia Romagna, a partire dall’ VIII secolo a.C.
La civiltà etrusca, pertanto, fiorì a partire dal X secolo a.C. e fu definitivamente inglobata nella civiltà romana entro la fine del primo secolo a.C., alla fine di un lungo processo di conquiste e assimilazione culturale che ebbero inizio con la data tradizionale della conquista di Veio da parte dei Romani nel 396 a.C.
Sulla origine e provenienza di questo popolo è fiorita una notevole letteratura, non solo storica e archeologica. Secondo lo storico greco Erodoto, gli Etruschi, popolo dalla cultura più evoluta rispetto alle altre etnie italiane, sarebbero provenienti dall'Asia Minore salpando dal porto di Smirne, a seguito di una carestia. Recenti studi condotti da ricercatori dell'Università di Pavia che hanno comparato il DNA di diversi toscani con quello di altre popolazioni, confermerebbero tale versione.
Tre statuine realizzate da Antonio Amasio Anche Virgilio ha dato una sua versione: gli Etruschi di Tarquinia erano imparentati con i Troiani.
Dal racconto dello storico Tito Livio si potrebbe invece dedurre che essi venissero dal nord.
Una terza tradizione, riportata dallo storico Dionigi di Alicarnasso, li considererebbe un popolo di origine autoctona. Tutte queste versioni accrescono la concezione del mistero che avvolge questo popolo antico.
Numerose erano le città etrusche di un certo rilievo, tra le quali, nella zona meridionale, Cerveteri, Tarquinia, Vulci, Tuscania, Veio, Volsinii e Sovana e così in quella centrale, Chiusi, Cortona, Arezzo, Perugia, Roselle, Vetulonia, Populonia e in quella settentrionale, Pisa, Fiesole, Volterra, governate prima dai re, poi da una oligarchia presieduta da un “lucumone”. Arricchendosi poi col tempo, grazie ai prodotti delle terre circostanti, coltivate in preferenza a frumento e ai fiorenti allevamenti animali e sfruttando le risorse minerarie nonché i traffici commerciali per i quali erano maestri, riuscirono ad affermarsi rapidamente espandendosi, tra il VII e il V secolo a.C., a nord, nella valle Padana, dove si affermarono specialmente le città di Felsina (Bologna), Mutna (Modena), Mantua (Mantova) e Misa (Marzabotto); collegate, verso l’Adriatico con Spina, mediante il ricco commercio dell’ambra e dello stagno dei quali avevano ricchi giacimenti.
Ai commerci con i greci si sovrappongono e si intrecciano quelli con i naviganti orientali (fenico-punici) che spesso si appoggiano per i loro traffici. Le rotte commerciali privilegiate, ad esempio, dei tarquinesi sembrano essere state quelle marittime con navigazioni costiere di piccolo cabotaggio che avvenivano di giorno e per piccole tappe; al calar della notte la nave veniva tirata a secco o trovava riparo alla foce di un fiume o all’interno delle lagune e dei piccoli stagni costieri di cui all’epoca era ricco il litorale tirrenico. Si evince che non fossero esperti naviganti anche se tale commercio marino fu florido.
Nonostante i continui contatti che gli Etruschi ebbero col mondo greco, le loro manifestazioni artistiche ne sono caratterizzate solo superficialmente; l’arte etrusca è soprattutto popolaresca e artigianale: tende all’effetto rapido, all’improvvisazione, alla soluzione più semplice e intuitiva dei problemi.
Mentre presso i Greci l’attività artistica acquistava sempre maggiore importanza perché fine a sé stessa e l’artista era tenuto in grande considerazione nella società, in Etruria non si andò mai oltre ad un livello artigianale: non esisteva un fine puramente estetico, ma tutto ciò che veniva prodotto aveva quasi sempre un impiego pratico. Ecco perché quasi tutta la produzione scultorea etrusca proviene o da templi ormai distrutti, o dagli arredi delle tombe, oppure comprende elementi decorativi di oggetti d’uso, come manici di vasi, bracci di candelabri risolti in fantasiose figurazioni ecc. La scultura etrusca è quanto mai scarsa perché non essendo fine a sé stessa non pervenuta sino a noi se non in motivi decorativi.
Il materiale usato in prevalenza era il bronzo, poi il tufo e la terracotta con la quale eseguivano rivestimenti di templi ed abitazioni ed altro di livello artigianale.
Degli antichi templi, dedicati quasi sempre alle tre massime divinità – Giove, Giunone e Minerva – non è rimasto pressoché nulla; ma basandosi sulle descrizioni degli scrittori romani e su piccoli modelli in terracotta costruiti a scopo votivo, è possibile ricostruirne la struttura di antiche composizioni architettoniche.
La pianta dei templi era rettangolare con un profondo atrio a doppia fila di colonne sul fronte e una cella tripartita, divisa cioè in tre stanze destinate ad accogliere le tre divinità principali. L’edificio si elevava su un alto basamento (podio) con scalinata solo in corrispondenza della facciata principale; sia nelle proporzioni della pianta che nel tipo di decorazione si differenziava dal tempio greco contemporaneo.
Nel Museo archeologico di Tarquinia si può ammirare la decorazione scultorea dei Cavalli Alati che arricchiva il fregio del Tempio Ara della Regina di quella zona.
Ma l’elemento che crea una differenza fondamentale fra l’architettura greca e quella etrusca è l’introduzione dell’arco in sostituzione dei pilastri e dell’architrave. Da quel lontano tempo l’arco è ancora un elemento architettonico di primaria importanza per la sua resistenza che per il suo lato decorativo.
Il massimo di prosperità e di espansione fu raggiunto dagli Etruschi verso la metà del VI secolo a.C., tanto che, verso il 540 a.C., alleati dei Cartaginesi, sconfissero nella battaglia di Alalia, davanti alla Corsica, i Focesi di Marsiglia, potentissimi sul mare. In questo periodo gli Etruschi riuscirono a stabilire la loro egemonia su tutta la penisola italica, sul Mar Tirreno e, grazie all'alleanza con Cartagine, sul Mediterraneo Occidentale. Ripresi i rapporti con i romani, gli Etruschi hanno imposto a Roma tre re: Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Ma i rapporti con Roma non migliorarono come era mira della diplomazia di ambedue gli Stati cosicché i Tarquini nel VI secolo a.C. vennero cacciati a furor di popolo provocando l’arresto della loro espansione e l’inizio del relativo declino.
La contesa tra Roma e Tarquinia nel IV secolo a.C. s’inasprì e fu contraddistinta da fatti drammatici come il massacro dei 307 prigionieri di guerra romani nel foro di Tarquinia, seguito per rappresaglia dal sacrificio di 358 prigionieri tarquiniesi giustiziati nel foro Romano.
Nel 295 a.C. subirono una grave sconfitta dai Romani nella battaglia di Sentino cosicché nel giro di qualche decennio furono completamente assoggettati a Roma che li incluse, mediante trattati particolari nella serie dei suoi alleati, finché non concesse loro la cittadinanza romana.
Piazza davanti all’ingresso della Tomba delle cinque sedie. Disegno di Giuliano Gentile Vari poeti hanno spesso decantato l’Etruria come un territorio opulento, fertile e ricco per l’abbondanza di fauna, la ricchezza dei raccolti e delle vendemmie. L’Etruria diventa un importante produttore di cereali già nel V secolo a.C. e Roma mostra una forte dipendenza dal loro grano. Da Plinio il Vecchio si viene a conoscenza che tra i grani prodotti vi era il “siligo”, usato principalmente per la produzione di pane, focacce e pasta tenera. Ovidio descrive le proprietà delle farine etrusche e le consiglia, data la loro finezza, come cipria per abbellire i volti delle donne romane.
Pur non potendo datare esattamente l’inizio dell’attività viticola degli etruschi, si può supporre che prese piede agli inizi dell’età del ferro, anche se certamente la vite era già conosciuta in epoche precedenti. Di tale attività le popolazioni italiche fecero una vera e propria impresa commerciale. Sia in Grecia che a Roma si apprezzava il vino etrusco del quale furono i primi veri maestri. Il noto vino dei Castelli romani è di antico impianto etrusco. Le colline intorno a Roma sono ancora oggi coltivate a vigneto.
Gli etruschi sono stati anche consumatori d’olio d’oliva di provenienza greca, ma non produttori. La coltivazione dell’ulivo, infatti, era ancora sconosciuta ai tempi del re Tarquinio Prisco, 616 a.C. Esportata in Calabria e poi in Sicilia ad opera dei greci, l’olivicoltura, ha preso piede sempre più per il clima e per il territorio molto adatto. La fragranza, infatti, dell’olio delle due regioni non è paragonabile a quello di nessuna altra regione italiana.
Per quanto riguarda la famiglia, la donna etrusca era molto emancipata e al contrario di quella greca o romana, partecipava attivamente prendendo parte ai banchetti, ai simposi, ai giochi ginnici e alle danze. Una curiosità: gli etruschi conoscevano la forchetta; ne sono state rinvenute identiche a quelle odierne, cioè con i quattro denti incurvati, ma con un fusto sottile cilindrico per la presa recante una pallina in cima. Si suppone però che l'uso non fosse individuale bensì servisse a trattenere la carne per essere tagliata nel piatto di portata.
Alcuni storici riferiscono che mentre a Roma, il “pater familias” era l'uomo, in Etruria era la donna. Per i romani, in Etruria esisteva una sorta di matriarcato, a loro incomprensibile.
La donna, inoltre, aveva una posizione di rilievo tra gli aristocratici etruschi poiché quest'ultimi erano pochi e spesso impegnati in guerra. Spettava, dunque, alla donna, in caso di morte dell’uomo, il compito di assicurare la conservazione delle diverse proprietà e la continuità della famiglia: attraverso di lei avveniva anche la trasmissione dell’eredità. Le donne nobili avevano il privilegio di indossare abiti un po’ più raffinati e di sfoggiare numerosi tipi di gioielli, scelti tra i più pregiati. Gli Etruschi, dato che erano un popolo matriarcale, usavano dare il cognome della donna al bambino appena nato. Al Museo di Tarquinia sono in esposizione oltre alle numerose monete d’oro, diverse collane di quel prezioso metallo a dimostrazione ulteriore della loro raffinatezza al riguardo.
Nella società etrusca la donna divideva veramente la vita del marito perché spesso vediamo i sarcofagi in terracotta coi defunti riprodotti sul coperchio sdraiati come per un banchetto ed essa è la creazione più tipica dell’intera atre etrusca.
Molto spesso il defunto ha accanto a sé la moglie della quale cinge le spalle con un braccio in un gesto di affettuosa protezione, come si può ammirare nel “Sarcofago degli Sposi” del VI secolo a.C. al Museo di Villa Giulia a Roma.
Al Museo di Tarquinia sono numerosi i sarcofagi in tufo esposti nel suo cortile e portano sul coperchio una grossolana scultura ad indicazione della persona ivi sepolta.
Nonostante il declino della loro politica, gli Etruschi continuarono a esercitare una grande influenza in Italia, sul piano culturale religioso. Roma, che sotto Augusto aveva fatto dell’Etruria la settima regione d’Italia, subì fortemente la loro influenza, che si fece sentire nelle istituzioni, nei modi di vita, nella lingua, nei gusti raffinati, nell’amore per il lusso e per i banchetti, le danze e la musica, come si trova attestato nelle pitture tombali. Lo spirito creativo del popolo etrusco riemergerà dopo molti secoli nella Toscana dell’età rinascimentale.
I romani si avvalsero della cultura etrusca soprattutto per gli aruspici, i sacerdoti dotati di spirito profetico capaci di interpretare il destino attraverso la lettura delle viscere degli animali, del volo degli uccelli e dei fulmini. Inoltre i maestri degli alunni romani furono, in genere, etruschi e greci, considerati i più colti e i più votati alla cultura.
L’ammirazione delle famiglie aristocratiche romane per essi era evidente e molti furono i maestri greci ed etruschi per loro. Accolti nelle case patrizie romane erano preposti all’educazione dei figli fino alla maggiore età.
I giochi gladiatori, l’arco e la creazione dell’arco trionfale, alcuni simboli religiosi, il tempio tradizionale romano, lo stile architettonico detto “tuscanico” sarebbero solo alcuni esempi di contributi della civiltà etrusca a quella romana.
I templi che abbiano ereditato dai Romani si rifanno quasi fedelmente a quelli etruschi. E pure la famosa “Lupa Capitolina” dei Musei Capitolini di Roma è un esempio di arte etrusca alla quale nel XV secolo d.C. sono stati aggiunti i due gemelli, Romolo e Remo.
Sebbene la memoria degli antichi “Tusci” riaffiorasse sporadicamente nelle cronache del tardo Medioevo toscano, fu con il Rinascimento che si cominciò a guardare alle testimonianze del mondo etrusco come espressione di una civiltà definita e distinta da una generale “antichità classica”. Idea che fu favorita anche dai governanti di Firenze, la famiglia dei Medici, soprattutto, diventati dal ‘400 padroni di gran parte della Toscana ed interessati a farsi riconoscere da tutte le potenze europee.
L’Ottocento si aprì con una intensissima attività di ricerca sul campo, soprattutto nella zona dell’Etruria meridionale, con decisive scoperte a Tarquinia, Vulci, Cerveteri, Perugia, Chiusi ed altre località che danno inizio al formarsi di nuclei di importanti collezioni d’arte italiane e straniere.
Uno dei più importanti ritrovamenti è stato la Tomba della famiglia Saties di Vulci con affreschi meravigliosi avvenuto nel 1857 da parte dell’archeologo fiorentino Alessandro Francois. L’antica Vulci è stata distrutta dai romani conquistatori e sopra è stata costruita una città romana, che in gran parte ricalca quella etrusca, come se di quest’ultima non dovesse restare alcuna traccia visibile. Ma proprio la conquista romana, paradossalmente, ha permesso alla città etrusca di giungere fino a noi. Per questo motivo Vulci è spesso chiamata “la Pompei etrusca”: così come la lava che, coprendo Pompei, ha conservato per secoli la cittadina campana colpita dall’eruzione del 79 d.C., la città costruita dai romani su quella etrusca ha consegnato la Vulci antica ai posteri.
Ma ritorniamo alla nostra visita al Parco archeologico di Cerveteri.
Il sole alto accresce la fatica di questa conoscenza e ci invita ad abbandonare, tra le fragranze resinose, il luogo memore di un tempo consegnato alla storia dell’uomo.
Diretti alla Cerveteri d’oggi ci accoglierà una trattoria in una piazza assolata per un buon piatto di fettuccine ai funghi porcini ed un altro di calamari fritti, dalla fragranza marina ineguagliabile per quel mare azzurro visibile dalla nostra posizione.
Testa di una statuina etrusca. Disegno di Giuliano Gentile Dopo il rituale caffè ristretto andremo in visita, pur se in un’ora canonica per il riposo, al laboratorio di ceramica d’arte di un artista del luogo.
I lavori esposti nel suo laboratorio sono lo specchio del suo amore per la terra in cui vive, sia nel senso di attaccamento alle sue origini etrusche, sia materialmente nel senso di amore per le diverse qualità di terre del circondario.
La caratteristica descritta di esse ci ha reso palpabile la sua connaturata indole creativa. L’esecuzione, poi, in diretta, di un vaso che da umida argilla si sia trasformata, sotto i nostri occhi, in oggetto di arredo ci dice della maestria di Antonio Amasio il quale afferma per competenza che non esistono più segreti sulla ceramica di quel popolo scomparso e che le opere che ci mostra sono identiche in tutto e per tutto a quelle del passato, tranne che la loro attualità.
Una visita quanto mai interessante, la nostra, ricca di notizie tecniche e curiosità mentre ammiriamo le sue opere perfettamente identiche, a quelle eccelse che abbiamo visto al Quirinale, sede ufficiale del Presidente della Repubblica in Roma dove oltre trecento pezzi d’arte ceramica sono stati esposti in una mostra ineguagliabile dal titolo: “Capolavori ritrovati”, ossia opere restituite al Governo italiano dal “Paul Getty Museum” di Malibu e dal Metropolitan Museum di New York per intervento personale del Ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli la cui sensibilità ha dato i suoi frutti.
Ci urgerà, poi, una visita al Museo cittadino di Cerveteri, mediamente ricco di esemplari anche unici della civiltà di un popolo saggio dalle origini misteriose per la sua controversa etnia di derivazione anche orientale.
Da tali reperti esposti, infatti, emerge il fervore creativo di un popolo che ha posto radici profonde a sostegno di una laboriosità non comune.
Una nota allegra durante la visita al Parco archeologico sono le scolaresche in visita che portano nel severo luogo storico una ventata d’allegria a testimonianza della vita che si rinnova.
Il ritorno a Roma è carico di immagini incancellabili che s’involano in dissolvenze incrociate, di un’atmosfera carica di conoscenza culturale nuova e nel cuore di pensieri che associano quella vita scomparsa alla nostra.
E’ un luogo, quello che abbiamo visitato che per la sua particolarità attrae chi lo percorra in una quiete particolare, lontana dalle inquietudini quotidiane arricchendoci.

Foto:
1.Cerveteri, Tomba delle cinque sedie
2.Tre statuine realizzate da Antonio Amasio
3.Piazza davanti all’ingresso della Tomba delle cinque sedie. Disegno di Giuliano Gentile
4.Testa di una statuina etrusca. Disegno di Giuliano Gentile

Via San Gregorio Armeno a Napoli

Via San Gregorio Armeno a Napoli Napoli è distesa su un vasto golfo marino e vi si specchia, luminosa.
Una città dalle infinite caratteristiche che segnano i suoi quartieri.
La gente vive un’atmosfera cittadina all’insegna di un lavoro anche inventato e perciò creativo.
Ogni quartiere ha caratteristiche che lo diversificano per le attività che vi si trattano.
Tanti gli artigiani, gli artisti, gli imprenditori e chi sbarca il lunario con intelligenza inventandosi qualcosa per sopravvivere.
Artisti lo sono un po’ tutti i napoletani perché immaginifici.
Una città ch’è come uno scrigno favoloso aperto a tutti, ricco di migliaia di opere d’arte di ogni tipo e dimensioni che la impreziosiscono attirando gente di tutto il mondo. Un sole quasi perenne alita vita, fantasia e salsedine marina.
Tra i quartieri più popolari e vivi, ricco di intensa vita artigianale c’è quello che accoglie in sé, principalmente, un’attività particolare, veramente creativa com’è l’animo di tale gente.
Per descriverne dettagliatamente il genere e la materia che vi si tratta occorrerà, necessariamente, parlare di quanto avviene di particolare in tutta Italia nel periodo natalizio.
Moltissime sono, infatti, le famiglie e le chiese che per quella festività religiosa preparano il “Presepe”, ossia una raffigurazione materiale in scala molto ridotta dell’avvenimento più glorioso per la cristianità: la Natività di Gesù.
Così, mediante cartapesta, sughero, legno, ceramica e tanto d’altro, secondo la propria fantasia e disponibilità economica, si procede alla sua realizzazione, talvolta sofisticata da meccanismi elettrici che concorrono ad animare i personaggi che l’affollano, nonché lo stesso paesaggio orientale immaginato.
La genialità dell’artista sarà valutata dalle sue qualità di esecuzione.
Ovviamente tale paesaggio ricreato materialmente in scala minima sarà arricchito da molti personaggi che concorreranno a vitalizzare lo spazio preposto, sia anche quello di un interno di conchiglia marina, come il guscio di mezza noce o di mezza sfera luccicante dell’albero di Natale e financo dentro un finto satellite. Così per altri siti di fantasia.
I personaggi, cosiddetti “pastori”, che l’affollano sono realizzati in materiale diverso: sughero, legno, cartapesta, terracotta e financo in quello, più o meno prezioso, ottone, argento, marmo, avorio e perfino in oro.
A Napoli, dunque, c’è un quartiere intero, ma principalmente una sua via dove chi ci lavora svolge una attività artigianale inerente il “Presepe” e non soltanto.
La via è quella antichissima di San Gregorio Armeno e risale alla dominazione romana.
Fungeva, all’epoca, da collegamento tra due decumani: il Decumano Medio (attuale via dei Tribunali) e il Decumano Inferiore (odierna via San Biagio dei Librai); tutto ciò nel cuore della cosiddetta Spaccanapoli, centro storico della città.
Luogo prestigioso che ha dato i natali a personaggi molto noti della cultura italiana.
Nei suoi pressi, infatti, a via San Biagio dei Librai, in un palazzo in cui si accede anche da San Gregorio, un libraio ha dato i natali a Gian Battista Vico, insigne filosofo, storico e giurista del XVIII secolo. Più avanti, presso piazza San Domenico Maggiore, una lapide ricorda l’abitazione di Francesco de Sanctis, scrittore, critico letterario, politico e filosofo; a Palazzo Filomarino, inoltre, visse Benedetto Croce, filosofo, storico, scrittore, politico, ideologo del liberalismo novecentesco italiano.
E’, quella, una zona popolare che pulsa fervente di attività lavorativa.
Ma la caratteristica di via San Gregorio Armeno va considerata, soprattutto, per la fiorente produzione di personaggi presepiali o meno, in terracotta, cartapesta, nonché per la vendita di originali figurine del ‘700 ad uso di collezionisti, anche stranieri.
Tale strada, in epoca più antica, era chiamata “plaeta nostriana” in quanto il XV° vescovo di Napoli, San Nostriano, uomo di grandi qualità religiose, vi aveva fatto costruire delle terme per i poveri.
Una via, dunque, assai popolare, ricca d’interesse storico, molto indicativa di un’attività specifica, se vogliamo, religiosa, dove dalle mani di esperti artigiani nascono quelle figure che concorrono a definire l’immagine sacra di quel particolare paesaggio mistico.
Per un presepe che si rispetti non possono mancare quei personaggi che principalmente lo definiscono: San Giuseppe, la Madonna, il bue, l’asinello ed i pastori che accorrono per il grande evento e soprattutto i Re Magi: Gaspare, Melchiore e Baldassare a piedi o su cammelli recanti i loro doni e tra di essi, splendente nella umile culla, il Bambino Gesù.
Chiostro di San Gregorio Armeno E’ immancabile, poi, su di essi nel cielo la stella cometa alla guida dei Magi.
Tutte le figure sono ritratte negli atteggiamenti quotidiani della loro attività; così il contadino, il fabbro, il pescatore, la lavandaia, il falegname e tante pecore e animali vari.
I presepi più ricchi lo sono anche di fantasia: alcuni sono inseriti con disinvoltura tra resti architettonici romani o tra rovine settecentesche, con ponti, fiumi, montagne e tanto d’altro. Spesso qualcuno di tali paesaggi è presentato sotto una sorprendente coltre di neve.
In diverse chiese e palazzi nobiliari italiani esistono presepi originali del ‘700 anche animati elettricamente e di grandi dimensioni.
Circa il suo creatore originario è da indicare un uomo santo, di grandi virtù religiose: San Francesco d’Assisi che ebbe l’idea primaria di raffigurare al vero, in una stalla del convento di Greccio, il grande evento della natività organizzando il primo presepe costituito da figure vive, autentiche, servendosi del contadino del convento che raffigurava San Giuseppe ed una ragazza dal viso dolcissimo; con il bue, l’asinello ed un bimbo appena nato.
Per la prima raffigurazione si era nel secolo XIII° e da quel tempo, tale rituale religioso si ripete puntualmente in ogni chiesa ed in molte famiglie religiose in Italia e all’estero.
Così, la notissima via dei presepi di San Gregorio Armeno, a Napoli, si rianima ogni anno, in specie da Novembre fino al 6 Gennaio, giorno della Epifania, nell’esaltazione dell’avvenimento storico religioso da parte di un artigianato particolare la cui specialità attira tanta gente e turisti di tutto il mondo.
La via, in quei giorni, è sovraffollata di curiosi ed acquirenti di tutte le età. E’, comunque, il paradiso dei bimbi.
In tutti i Monasteri e luoghi di culto cattolici del mondo intero è questa una ricorrenza molto attesa.
Ad onor del vero, bisogna dire che tale via fervente di attività artigianale in quel periodo e non soltanto è indicativa del presepe per eccellenza, poiché nei negozi e sulle bancarelle all’aperto non si realizzano soltanto personaggi per quella festività, bensì tanti altri della cronaca mondana italiana e straniera come politici, artisti, sportivi ecc.
Un personaggio che ogni bottega vi tratta ed espone è ancora quello del grande calciatore fuoriclasse argentino Diego Armando Maradona idolatrato dagli sportivi partenopei per averli fatto strabiliare al tempo in cui egli giocava nella squadra di calcio della città.
Sulle origini di tale artigianato, in questa via dedicata a San Gregorio Armeno, è da dire che derivi da un tempio “in loco” di epoca romana dedicato alla dea Cerere alla quale venivano offerte statuine votive in terracotta realizzate nelle botteghe dello stesso luogo.
E proprio sulle fondamenta dell’antico tempio di Cerere è sorto nel 930 il complesso monastico che venne intitolato al pio Santo.
Un ombroso atrio immette nella Chiesa, di particolare interesse architettonico nel panorama della cultura barocca napoletana.
Progettata dall’architetto Vincenzo Della Monica nel XVI secolo, è stata completamente trasformata da Giambattista Cavagna nel 1574 nella sua attuale veste decorativa ed arricchita di una luminosa cupola con abside rettangolare.
Per rispettare la rigida clausura dell’ordine religioso delle suore alle quali fu assegnata, l’architetto progettò un ambiente che consentisse di realizzare un profondo pronao d’ingresso, detto “coro d’inverno”, ricavandolo tra il tetto e il vecchio coro dal quale, attraverso uno schermo traforato, le monache avrebbero potuto assistere alle funzioni liturgiche senza essere viste.
Tale chiesa e il Monastero annesso furono fondati dalle monache greche di San Basilio fuggite nell’ottavo secolo da Costantinopoli con le reliquie del Santo, vescovo d’Armenia.
La costruzione della chiesa attuale ebbe inizio nel 1574, anno in cui la Madre Badessa, nobildonna Giulia Caracciolo, pensò all’erezione di una nuova struttura che venne consacrata nel 1579 e l’anno successivo dedicata a San Gregorio, come ricorda l’iscrizione su un cartiglio di marmo del suo atrio.
All’interno di essa si accede mediante un portale di legno, con intagli di scene a rilievo sui quattro evangelisti e sui Santi Stefano e Lorenzo.
Al suo interno la chiesa è esaltata da magnifici affreschi di Luca Giordano eseguiti nel 1679, in occasione del primo centenario della sua costruzione.
Presepe napoletano Magnifico è l’altare maggiore, opera di Dionisio Lazzari la cui balaustra rappresenta un mirabile esempio dell’artigianato partenopeo per i trafori in marmo bianco.
Sul muro d’ingresso è narrato in tre scene l’arrivo delle monache orientali a Napoli recanti le reliquie del Santo.
Tra i finestroni in alto si susseguono scene di vita del Santo affrescate dallo stesso Giordano.
All’interno, la terza cappella a destra è dedicata al pio Santo mentre sull’altare spicca una magnifica tela, opera di Francesco Fracanzano.
Sulla vita del Santo è da dire che nacque in Armenia nel 260 circa. Scampato alla strage della sua famiglia ordinata dal re armeno Cosroe, fu allevato da una nutrice cristiana che lo condusse con sé a Cesarea di Cappadocia.
Educato cristianamente sposò una donna della stessa religione dalla quale ebbe due figli, Aristakes e Vertanes, molto pii, divenuti ambedue santi.
Ordinato sacerdote a Cesarea entrò nel seguito del principe ereditario d’Armenia, Tiridate. Non volendo, però, venerare le divinità pagane trascorse per la sua fede cristiana quindici anni in prigione finché non avvenne la guarigione dello stesso re Tiridate che credendosi miracolato accettò la religione cristiana convertendosi per mezzo di Gregorio il quale trasformò i templi in chiese e distrusse gli idoli abolendo il paganesimo.
Divenuto vescovo, organizzò la rinascita della Chiesa armena consacrando e inviando nuovi sacerdoti missionari nelle rinate diocesi dove battezzarono molti principi e soldati e lo stesso re con sua moglie e sua sorella.
La “Vita” del Santo racconta tutte le sue vicissitudini umane e i travagli, ivi compreso un viaggio di San Gregorio fatto insieme a Tiridate a Roma per essere ricevuti in udienza dall’imperatore Costantino e da Papa Silvestro dal quale ebbe il privilegio del titolo di Patriarca d’Oriente.
Nel calendario marmoreo della città di Napoli, del IX secolo, il nome del Santo compare al 2 e 3 dicembre.
Le sue reliquie sono sparse in tanti luoghi dove è particolarmente venerato: il cranio è conservato a Napoli (nel novembre del 2000 una parte della reliquia è stata trasferita nella Cattedrale del San Gregorio Illuminatore di Erevan in Armenia), altre si trovano a Nardò in Calabria, poiché alcuni monaci basiliani provenienti dall’Oriente per via mare, spinti da una tempesta e forte vento di scirocco approdarono fortunatamente sulla costa nel 761. Accolti dalla popolazione, secondo la leggenda riportata dallo scrittore Giovan Bernardino Tafuri, i monaci s’ingraziarono gli abitanti donando al paese le reliquie di San Gregorio che portavano con loro e che attualmente si conservano nella Cattedrale.
La più celebre, “il braccio destro di Gregorio” è in Armenia e con essa viene benedetto ogni “Katholikos” eletto. La travagliata vita di San Gregorio e la sua dedizione totale alla religione cristiana gli valsero la santità.
Uomo di eccezionale verità cristiana convertì intere generazioni al cristianesimo.
Nel calendario religioso è uno dei santi più venerati per le sue virtù evangeliche.
In fine, è da segnalare un avvenimento eccezionale.
In occasione della Giornata del FAI, Organismo di Cultura Italiano, è stata aperta a Napoli al pubblico di visitatori, per la prima volta, anche la parte monastica di clausura della chiesa dedicata al Santo.

Foto:
1.Via San Gregorio Armeno a Napoli
2.Chiostro di San Gregorio Armeno
3.Presepe napoletano

Le rose di Roma

L’Aventino a Roma è uno dei sette colli su cui si espande la “Città Eterna”.
Alla sua base, in leggero degradare, si estende su una superficie di circa quattro ettari, uno dei luoghi più affascinanti della capitale: “il Roseto di Roma” che, come territorio, era sempre appartenuto alla comunità ebraica sin dall’epoca romana ed usato come cimitero ad essa riservato.
In epoca fascista, nel 1934 fu ceduto, anche per esigenze igieniche, allo Stato italiano che liberatolo dalle sepolture volle dargli un volto nuovo creando in quel luogo sacro un grande giardino verde che arricchì ancora l’Aventino, colle già rigoglioso, ivi compresi due grandi spazi coltivati ad aranceti.
La posizione del roseto è impareggiabile. Per il suo leggero pendio ha il vantaggio di una delle più belle vedute di Roma da cui si domina il Circo Massimo, la più grande opera di raduno della popolazione romana antica potendo contare fino a 150 mila posti per chi assisteva alle corse delle bighe e quadrighe, sormontato dai ruderi degli immensi palazzi imperiali.
Di questo meraviglioso fiore, la rosa, se n’è trovata traccia sin dal 2000 a.C. La rosa, dunque, è sempre stata coltivata per diletto delle case patrizie e per gli unguenti che da essa se ne estraevano. Usata anche in medicina fu coltivata dai patrizi, soprattutto, per ricavarne tonnellate di petali di ogni colore e profumo allo scopo di allietare feste pagane e banchetti di ricche personalità, imperatori e consoli.
Si pensi ad un lauto pranzo cui partecipava l’élite politica del tempo tra abbondanti libagioni, canti, danze e musica, quando, ad un dato momento, iniziava una pioggia lenta e continua dal tetto attraverso dei teloni immensi che li contenevano. Contribuiva al lato spettacolare del pranzo, accrescendo nella mente offuscata delle centinaia di partecipanti una immagine indimenticabile di quell’incontro.
Durante uno di questi pranzi dato dall’imperatore Nerone, circa due tonnellate di quei petali vennero riversati sui commensali. L’ampiezza dei saloni necessitava di tale quantità anche per il gran numero dei partecipanti.
Quei romani antichi furono tra i primi ad estrarre dalla rosa indica un liquido odoroso e delicato che unito all’alcol di quel tempo raggiungeva una gradazione alcolica non indifferente.
Roseto di RomaGli Assiri e i Babilonesi le coltivavano con grande perizia ed a loro sono da attribuire i primi innesti, nonché le ibridazioni per dare luogo ad altre qualità. Furono maestri in tale attività che veniva esercitata nei loro meravigliosi giardini pensili prospicienti le loro abitazioni a scala degradanti sulle colline.
E’ da quell’epoca che l’uomo si arrovella alla creazione di tali creature da giardino e così ogni anno, a Roma, sin dal 1934 sono in gara internazionale i più esperti floricoltori di ogni parte del mondo. Ogni anno una nuova rosa viene chiamata con il nome di un personaggio noto, in massima parte donna: così abbiamo la Lollobrigida, la Loren, la Grace Kelly, la Farah Diba, la regina di Olanda e di Spagna, madre Teresa di Calcutta e tante, tante altre ancora, tra cui Ornella Muti e financo Sandro Pertini, indimenticato Presidente italiano, Rita Levi Montalcini ecc.
Lo spazio del Roseto di Roma, essendo in leggero pendio offre una visione d’insieme, a Maggio, impareggiabile. Circa 1200 specie di rose distribuite in due grandi spazi verdi rendono fulgida una visione. Mille colori e forme delle piante rallegrano lo spirito per chi vi resti in contemplazione.
Rose di ogni tipo e forma, rampicanti e striscianti, a stelo lungo e corto dai colori più imprevedibili se si pensa alla “rosa verde” che non ha nulla della sua progenitrice perché si confonde per il colore con le sue foglie. Tra le tante stranezze, la “rosa fetida” dall’effluvio nauseante che attira insetti che sono ghiotti delle, quasi invisibili, creature che l’affollano: ha pochi petali di un giallo luminoso ed invitante. La “rosa blu”, chiamata così per la somiglianza cromatica dei suoi petali all’azzurro scuro è una bella pianta che non si fa dimenticare. La “rosa cinese” in rosso proveniente da lontano e così l’“indiana”, la “pakistana”, vari tipi di “olandese” nonché la “siberiana” adatta ai climi rigidi.
Tra le più strane quella che muta colore ogni quattro giorni, dal giallo al roseo, dal rosso al arancione.
Altra caratteristica è quella di una rosa che profuma fortemente d’incenso avvertibile fino a venti, trenta metri di distanza; adattata per terrazzi e i grandi prati.
Altra ancora da ricordare è quella di una rosacea ch’è un piccolo fiore sovrastato di spine in rosso visibili in trasparenza controsole.
Ancora una rosa bulgara dai petali rosa, molto delicata. Da essa si estrae un distillato prezioso per il settore della profumeria. La sua delicatezza è tale che i suoi petali vengono raccolti all’alba, nelle primissime ore del mattino, intorno alle quattro. Se ne ricava un distillato ch’è di base ai profumi più noti e costosi come “Chanel”, “Biagiotti”, “Eau de Paris” e tanti altri. E così in farmacologia.
Nella suggestione di tale paesaggio romano infiorato da secolari pini, l’occhio spazia sereno concedendo all’anima quella distensione della quale siamo alla ricerca.
Un angolo particolare del “Roseto di Roma” è quello cosiddetto “degli sposi”. Un breve terrazzo interamente ricoperto anche sui lati da preziose rose rampicanti. E’ l’angolo fiorito più ricercato dove viene fermato da uno scatto fotografico uno dei momenti più memorabili della vita matrimoniale.
E’ chiaro che tale angolo di paradiso sia un luogo cittadino, molto turistico dove carovane di visitatori giunti in pullman o da soli lo arricchiscono della loro presenza ciarliera.
Una ottima giuda, esperta botanica è giornalmente disponibile per una visita interessante ed indimenticabile, ricca di suggestione e curiosità di ogni genere su questo fiore antichissimo ricco di storia, vanto dei giardini e delle nostre case.
La progenitrice di ogni rosa, è risaputo, è la “canina” cespugliosa che cresce spontanea nei campi dalla quale derivano tutte le specie e qualità esistenti. E da quei lontani tempi l’uomo ne ha create tante altre con grande impegno scientifico. Si pensi che, perché nasca una nuova rosa vorrà dire che è avvenuto un miracolo su 10.000 tentativi.
E’ risaputo, inoltre, che l’omaggio più bello che si possa fare ad una donna è un mazzo di dodici rose poiché è il fiore che più di ogni altro parla al cuore. Alcuni sarcofagi e molti bassorilievi antichi ne recano l’immagine scolpita come ad impreziosirle.
Si è, infine, sempre detto che un sentimento va espresso con un fiore e con lo “slogan”: “Ditelo con una rosa”.

Foto:
1.Roseto di Roma

Storia familiare del Caffè Greco

Antico Caffè Greco di Roma ella storia della cultura, i Caffè letterari internazionali hanno avuto un ruolo principale come luogo d’incontro tra artisti, letterati e musicisti.
Tra essi il Caffè Greco di Roma è uno dei più importanti frequentato da personaggi illustri.
Come ogni fenomeno artistico, il Caffè Greco è passato, nel tempo, da un periodo di grande sviluppo culturale a quello di una regressione inesorabile. Alberto Moravia frequentò raramente il Caffè dopo guerra, definendolo come “una specie di budello che penetra profondamente dentro una di quelle vecchie case di via Condotti”, queste sale “ornate di specchi rugginosi e di pitture affumate di paesaggi romani…”
Oggi il Caffè Greco è, ancora, un luogo prestigioso frequentato, principalmente, da sciami di turisti a motivo della sua ricca storia che ha travalicato i confini nazionali.
Ancora oggi, dunque, è possibile degustare una bevanda in un’atmosfera magica che riecheggia clamori d’altri tempi.
Circondati da disegni, stampe, pitture, fotografie se ne subisce un fascino ammaliante seppure decadente, ma ancora vivo, a testimonianza della sua gloria e della sua ricca storia si ha la possibilità di accomodarsi al tavolo di Goethe, di Gogol, di Leopardi ecc.
Le prime notizie che si hanno sul Caffè Greco risalgono al Settecento, quando la “stregata” bevanda orientale, portata in Europa da Greci e Levantini, diventa un fenomeno di costume, un’occasione conviviale per ogni genere di élite.
In un documento conservato nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina, è annotato il nome del proprietario, Nicola della Maddalena, di origine greca.
Giacomo Casanova, nelle sue “Memorie” racconta il primo ingresso al caffè in via Condotti. Nel 1779 Goethe lo frequentava assieme alla folta comunità di artisti tedeschi insediatasi nella zona. Ma l’epoca veramente gloriosa per il Caffè Greco fu l’Ottocento, quando si dettero convegno ai suoi tavoli i più insigni pittori, scultori, musicisti e letterati di tutta Europa.
La ricca storia del Caffè Greco è poi passata alla famiglia Gubinelli, alla fine del Ottocento e per decenni ne è stata proprietaria.
Con una discendente di quella famiglia, la signora Francesca Grimaldi, parliamo dei personaggi illustri che lo hanno frequentato.
Signora Grimaldi, come è successo che la sua famiglia è diventata la proprietaria del famoso Caffè?
F.G.: I proprietari del Caffè sono stati derivati dalla linea materna cioè Gubinelli. Lo ha comprato il mio bisnonno Giovanni Gubinelli nel 1873. C’è anche un suo ritratto al Caffè. Lui era droghiere e fabbricante di colori e proveniva da Fabriano. Era un uomo originale, amava l’arte. Amava e sapeva comprendere questo posto che per lui non era un luogo per diventare ricco. Il Caffè Greco aveva già fama come luogo culturale dai primi dell’800 con l’arrivo del Principe Luigi di Baviera attorno al quale si riunirono molti artisti, un gruppo dei quali “Nazareni” viveva presso la chiesa si San Isidoro. Erano dei pittori tedeschi che intendevano tornare alla purezza dell’Arte come i preraffaelliti e vivevano in modo molto semplice e questo Movimento faceva parte del Caffè Greco. E poi affluirono anche scultori danesi il cui capo era Thorvaldsen. Anche il Movimento della Repubblica Romana del 1848 e il Movimento polacco politico. Quindi, il Caffè Greco era già molto noto quando lo comprò il mio bisnonno. Fu nella sua semplicità anche un mecenate, benché non ricco, capì l’importanza degli artisti tanto che mantenne, finché morì, lo scultore Luigi Amici. Il bisnonno era un personaggio originale e instaurò un genere di vita quasi patriarcale al Caffè Greco dove si riunivano pittori, scultori, letterati senza mai pagare.
Nikolaj Vassilievich Gogol. Disegno di E. Dmitriev-Mamonov, 1839Il Caffè Greco è diventato per voi tutti un ambiente familiare?
F.G.: Giovanni sposò una nobile bavarese Eva Staudinger. Una figura molto originale anche lei perché proveniva da una buona famiglia. Era la lettrice della principessa russa Zenaida Wolkonskaja che viveva a Roma. Non era benestante, quindi, fu un matrimonio sicuramente combinato. Che sia stato felice o no, non è dato di sapere, ma hanno avuto due figli molto raffinati, mio nonno Federico Gubinelli e Amalia. Anche loro non sono stati educati dal punto di visto commerciale. Amalia fu mandata presso un ottimo Collegio francese e poi sposò molto giovane. Il mio nonno sposò, invece, la signorina Francesca Salvatori di Caprarola, di buona famiglia, e viveva a Roma. E’ stato educato in un grande Collegio tedesco ed era molto portato per la pittura, quindi, facendo quegli studi divenne ottimo miniaturista. Anche la sua attività commerciale è stata sempre improntata all’arte. Aveva bisogno di frequentare le Mostre, avere contatti con gli artisti di via Margutta. Aveva conoscenza anche con emigranti russi che vennero in Italia dopo la Rivoluzione russa e frequentavano il Caffè Greco.
Tra i famosi personaggi del fine XIX – inizio XX secoli Gabriele D’Annunzio è uno dei più famosi personaggi che frequentavano Caffè Greco. Perché il poeta ha lasciato la sua coccarda con l’autografo al Caffè?
F.G.: L’ha avuta una mia zia che abitava di fronte al Caffè che l’ebbe firmata da Gabriele D’Annunzio ai tempi della Grande Guerra. La mia mamma, poi, aveva passione per il Caffè e tutti i ricordi li regalava.
Un ricordo della mamma che particolarmente l’è rimasto impresso?
F.G.: Personaggi illustri ce ne furono tanti. Mamma ha conosciuto tanti russi ed era grande amica della signora Fothergill, la moglie del famoso fotografo inglese. Aveva anche corrispondenza con Gordon Craig, il coreografo, marito di Isadora Duncan, che poi è morto a Mentone dove abitavano molti russi. Gordon Craig era di una bellezza straordinaria e i figli pure, ma senza istruzione e mia madre gli domandava come mai non andassero a scuola e lui rispondeva in modo originale: “Lei ha notato la natura? Gli uccelli vanno a scuola?” Senz’altro, loro erano fortunati a vivere in un ambiente particolare e non avevano bisogno della scuola.
La Sua mamma ha fatto anche qualche ricerca sulla storia del Caffè?
F.G.: E’ la mamma che ha scoperto in una lettera di Andersen, famoso favolista, sono descritte le stanze dove lui ha soggiornato a Roma, all’ultimo piano sopra il Caffè Greco che appartenevano alla nostra famiglia. Allora è scattata tutta una ricerca su tale argomento con storici danesi finché vennero a visitare quell’appartamento i Reali danesi, intorno al 1958. Al Caffè Greco ci sono le fotocopie delle lettere di Andersen con la pianta dell’appartamento e con la traduzione. Descrive anche il sofà che si trova attualmente nella sala rossa e prima si trovava a casa nostra.
Tra illustri personaggi che frequentavano spesso il Caffè c’era anche De Chirico?
F.G.: De Chirico abitava in Piazza di Spagna ed era cliente fisso del Caffè. Era un solitario. Non era cliente piacevolissimo. Sedeva sempre al solito tavolo. La mamma esponeva tutto ciò che acquistava per l’arredo. E così un giorno rivolse a De Chirico una preghiera: “Maestro, mi piacerebbe avere un suo disegno, qualcosa che ricordasse la sua presenza”. E De Chirico rispose: “Signora, Lei vuole qualcosa che costi molto, è vero?” La mamma non ha più insistito. Ma lei aveva la testimonianza di una presenza celebre: Prezzolini, il quale diceva sempre che gli sarebbe piaciuto essere ricordato al Caffè Greco e non in Santa Croce a Firenze. Dopo la sua morte la mamma, avendo preso contatto con il figlio dello scrittore e a spese sue fece apporre uno bassorilievo nella sala Omnibus.
Assen Peikov Federico Gubinelli, bronzo, 1939. Foto di Natalya Bogorodkaya Qualche hanno fa nell’“Apollo buongustaio” è stata pubblicata una storia molto divertente ch’è successa al Caffè Greco.
F.G.: Infatti ho descritto l’ambiente particolare del Caffè. I miei genitori, nonni e bisnonni erano estremamente religiosi ed il Caffè Greco era, dunque, un posto familiare, accogliente dove la gente lasciava anche biciclette. La mamma sapeva mantenere questa familiarità. Per Natale una famiglia amica ci mandava due capponi da un paese, Amelia. Siccome abitavamo sopra, all’ultimo piano, i capponi potevano essere ospitati in terrazza, ma la mamma preferiva tenerli liberi dentro al Caffè. Si ambientavano in modo spiritosissimo con l’ambiente. Giravano per le sale, tra i tavoli, come si fossero stati in campagna. Era divertente vederli appollaiati sui manubri delle biciclette. Erano, dunque, animali, che dovevano vivere fino a Natale.
Tra i personaggi russi chi è rimasto nella storia del Caffè Greco?
F.G.: Gogol era un punto di attrazione per intellettuali romani, specialmente russi. Nel Caffè Greco c’è l’autografo originale di Gogol, una pagina manoscritta del suo romanzo non ultimato: “Roma” quale nel 1952 ha donato al Caffè il celebre ballerino russo Serge Lifar. Gogol conosceva benissimo l’italiano e anche il romanesco tanto da capire i sonetti di Giuseppe Gioachino Belli. Gogol frequentava il Caffè Greco come tanti altri artisti russi, per esempio i pittori Karl Brullov e Aleksandr Ivanov.
Dunque, il Caffè Greco ha un archivio molto ricco?
F.G.: C’è l’archivio e un libro degli autografi che si conserva nella sala rossa. Noi l’abbiamo fatto consultare a tutti e abbiamo fatto male perché sparivano le pagine con gli autografi e gli articoli relativi messi in busta.
Da quanto tempo ha l’impronta attuale il Caffè Greco?
F.G.: Con l’amministrazione della nostra famiglia che, nel tempo, ha acquistato ed esposto numerose opere d’arte tra quadri, sculture e rarità varie che cominciano con il quadro più antico di Marianna Dionigi, pittrice. Nel 1953 il Caffè Greco è diventato un Monumento nazionale. E’ il merito dei miei genitori: Antonietta e Paolo Grimaldi. La mamma era una grande signora, molto religiosa, ma moderna. Il papà era generale e una volta in pensione gestì lui il Caffè, ma andò male. Ma insieme sono riusciti a farlo dichiarare monumento nazionale e, dunque, ora non potrà mai cambiarsi il tipo di attività benché il Caffè non sia protetto dallo Stato con sovvenzioni. Tanto più che alla nostra famiglia non appartenevano i muri del Caffè. Il bisnonno ha comprato soltanto l’attività. Il mio nonno, molto raffinato, voleva comprare tutto il Caffè presso una signora di nome Levi, molto vecchia, ma non lasciò l’anticipo, per cui quando volle realizzare il contratto trovò che ormai era stato donato al Ospedale Israelitico di Roma al quale appartiene tuttora.
Un’ultima domanda sulla gastronomia del Caffè Greco: che cosa potevano gustare Goethe, Stendhal, Gogol?
F.G.: Tè, caffè, brioches, uovo al tegamino con pane, burro, marmellata ch’è la colazione inglese; e poi caffè lungo con la panna e da bere ogni specialità alcolica…
Anche Stendhal, un ammiratore di Roma, ha abitato poco prima della morte sulla via Condotti, di fronte alla Trinità degli Spagnoli. Di questo si può leggere nella sua “Correspondance” che al Caffè Greco, rendez-vous degli artisti, si serviva “pour treize centimes une tasse de café excellent”.

Foto:
1.Antico Caffè Greco di Roma
2.Nikolaj Vassilievich Gogol. Disegno di E. Dmitriev-Mamonov, 1839
3.Assen Peikov “Federico Gubinelli”, bronzo, 1939. Foto di Natalya Bogorodkaya

Il signor giallo Andrea Camilleri

Andrea Camilleri Di statura media e robusta, con la voce bassa, Andrea Camilleri parla lentamente, come patriarca siciliano, fumando una sigaretta dopo l’altra. In tutto il suo aspetto è chiara la sua origine regionale, ma nello stesso tempo ci ricorda il commissario Maigret e, come abbiamo capito più tardi, non è per caso che lo scrittore, nel passato sia stato sceneggiatore e regista teatrale e televisivo lavorandovi a lungo e producendo le famose serie sul personaggio di Georges Simenon.
E’ nato a Porto Empedocle (Agrigento). Nel 1978 esordisce come romanziere con “Il corso delle cose” e il suo secondo romanzo “Un filo di fumo”, pubblicato due anni dopo, ha ricevuto il premio Gela.
Negli anni ’90 Camilleri scrive e pubblica romanzi con l’intrigo giallo che lo pongono in fila con Sciascia, Gadda, Eco, Puzo ed altri scrittori che usavano nei loro scritti gli stessi indirizzi artistici. “Il birraio di Preston”, “La stagione della caccia”, “La strage dimenticata”, “La bolla di componenda”, “La concessione del telefono” in breve tempo diventano la lettura preferita dal pubblico.
Più tardi nei romanzi di Camilleri inevitabile è spuntato l’investigatore, il commissario Montalbano, protagonista dei romanzi “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino” e di numerosi racconti; una specie di Sherlock Holmes, il commissario Maigret, Hercule Poirot o miss Marple che ha portato al suo creatore un vero trionfo e nello stesso tempo è diventato la sua ossessione.
Andrea Camilleri parla con noi della sua vita, dei misteri del mestiere di “giallista”, del commissario Montalbano e, ovviamente, del passato e del futuro del romanzo giallo.
Negli ultimi anni il mercato dei libri è affondato nel romanzo giallo di ogni tipo. Come può spiegare questo fenomeno?
A.C.: Il romanzo giallo, romanzo poliziesco che detta delle regole abbastanza precise, si può dire un buon sillabario, è un libro elementare di scrittura. Ci sono le regole (chi scrive i gialli le conosce) e, quindi, in un certo senso i “giallisti” si trovano protetti della gabbia del giallo. Perciò certi esordienti preferiscono scrivere un giallo che un romanzo d’amore o romanzo psicologico dove sai come parti ma, non sai dove arrivi, mentre con il giallo devi soltanto rispettare le regole.
Potrebbe indicare in due parole queste regole?
A.C.: Scalfari quando ha fatto il suo attacco al romanzo giallo non aveva mica tanto torto nel sostenere che si tratta di un “quid”. Cioè a dire che tu trovi una persona ammazzata dopodiché attorno si svolge una rituale indagine che porta alla ricucitura dello strappo fatto dall’assassino; cioè l’assassino opera sempre uno strappo alla società e il poliziotto o investigatore rimette tutto a posto.
A lui riesce sempre fare questo?
A.C.: Certo. Ha in mano tutto… Però voglio dire che tutto questo è vero in parte, ma non è vero più negli ultimi tempi. Ora il contesto dove avviene il delitto è diventato più importante del delitto stesso. E così i romanzi gialli di buona fattura sono finiti con il diventare una sorta di romanzo che è in sé più di un saggio o di qualsiasi indagine socio-politico, socio-ambientale ecc. Il giallo finisce poi per mettere in luce alcune situazioni della società nella quale noi viviamo. Nel momento, quando il contesto è diventato più importante del testo, il romanzo giallo ha preso tutt’altro sviluppo. Non basta dire: “Assassino è il tizio”. Dobbiamo capire perché lui ha assassinato? Perché si trovava in questa situazione?
E’ casuale che certi scrittori scelgono la forma del giallo per scrivere romanzi storici e psicologici?
A.C.: Abbiamo scoperto negli ultimi tempi attraverso la struttura del romanzo giallo che possiamo scrivere un bellissimo giallo sull’uccisione di Gaio Giulio Cesare e nello stesso tempo immergerci nell’atmosfera storica. In realtà chiunque scriva un libro basato su elementi reali e non fantastici finisce per necessità col fare una indagine. Bisogna vedere – ci ha insegnato Dostoevsky – se l’indagine viene svolta da una struttura poliziesca o se l’indagine parte dall’individuo stesso, su se stesso e sul mondo che lo circonda.
Può fare un esempio?
A.C.: Leggiamo per la prima volta “L’Edipo re” ch’è un classico dove c’è questo signore che è diventato re, non riesce a spiegare quale sia l’origine del male che colpisce la città da lui amministrata. Vedi caso si rende conto che il male è lui. Questo è il primo giallo meraviglioso ch’è stato scritto.
Per lei, dunque, ogni tipo di letteratura parte dall’indagine e contiene in sé un piccolo giallo?
A.C.: Sì. Ricordiamo la “Bibbia”. Susanna viene accusata dai due giudici di essersi concessa sotto un albero a un giovinastro e, quindi, viene condannata a morte per adulterio. Il profeta Daniele dice: “Io sono innocente del sangue di lei”. “Perché?” – chiedono tutti. E lui risponde: “Perché ho parlato con i giudici e ci sono delle cose che non mi convincono”. E va il primo interrogatorio incrociato nella storia di un romanzo poliziesco. “Che albero era?” Uno dice: “C’era un lentisco”. E un altro: “C’era un leccio”. No! Fermi! Non è possibile che voi indichiate questi alberi diversi essendovi presentati tutti e due per un adulterio. E mette in dubbio tutta la storia. Questo è un giallo benché non sia giallo.
Il giallo classico ha origini inglesi?
A.C.: Non è detto. Più nel giallo americano. Quali sono le regole elementari? Sono quelle che tu, autore, non puoi barare con il lettore. Tu devi dargli le stesse possibilità che ha l’investigatore. Capace che il lettore ci arriva prima se è bravo. E questo è il grande merito del giallo, cioè di porre il lettore sullo stesso piano dell’investigatore, farlo identificare con l’investigatore.
Nei suoi gialli, però, non è facile arrivare prima del commissario Montalbano.
A.C.: Succede anche questo. Io ricevo lettere nelle quali certe persone mi dicono: “Ma, professore, mi scusi, a pagina 105 avevo già capito chi era l’assassino”. E va benissimo! Vi posso mostrare una cosa assai rara che finalmente ho trovato in Internet. Questo libro è stato pubblicato nel 1936 negli Stati Uniti. L’ho letto nel 1940 nella traduzione italiana pubblicata da “Mondadori”. Succede un delitto su un yacht al largo di Miami. L’investigatore incaricato è malato e manda il suo vice. E lui fa l’indagine e gli manda fotografie, cicche di sigarette, resoconti, interrogatori ecc. In fine sono dieci pagine spillate e con esse l’investigatore è riuscito ad arrivare alla soluzione del caso. Se tu, lettore, ci arrivi, apri ed hai la conferma di ciò ch’è successo.
Quando lei ha cominciato scrivere i gialli?
A.C.: Ho continuato a scrivere dei romanzi storici ed il mio modo di scrivere era assolutamente anarchico. Faccio un esempio. Un giorno ho letto sui resoconti parlamentari di un’inchiesta del 1875 in Sicilia esattamente questo dialogo tra il presidente della commissione senatore Cusa e il sindaco di un piccolo paese Niscemi in Caltanissetta. Il senatore dice: “Signor sindaco, recentemente nel suo paese ci sono stati fatti di sangue…” E il sindaco risponde: “No, Eccellenza. Fatta eccezione di un farmacista che per amore ha ammazzato sette persone”. Ha fatto questo per amore, quindi, non è un fatto di sangue come lo capiscono nel paese cioè per affari di mafia. A me questa cosa fa venire in mente un romanzo ch’è diventato “La stagione della caccia”. Da dove ho cominciato scrivere? Dal primo delitto che il farmacista compie. Parto da un certo punto che più mi eccita e attorno costruisco tutto il romanzo. Un giorno mi sono detto: “Ma tu, Andrea, sei capace di scrivere un romanzo che parta dall’inizio e termini alla fine?” Posta questa domanda, l’unico romanzo che io potessi scrivere in questo modo era quello in gabbia del romanzo giallo. Dunque, il commissario Montalbano non è nato dalla necessità di racconto ma da una necessità della disciplina verso di me, della mia scrittura. Quando, poi, ho terminato “La forma dell’acqua” mi sono reso conto che questo personaggio di Montalbano non è “dipinto” bene. Ed ho scritto il secondo romanzo “Il cane di terracotta” per definire bene le sue tracce, dopodiché non avevo nessuna intenzione di continuarlo senonché questi due romanzi ebbero un successo enorme… che portarono dietro di sé gli altri romanzi. E poi il personaggio cominciò a vivere per i fatti suoi. E mi sono trovato dentro questa storia. Non volevo essere “giallista”, signori miei!
Il commissario Montalbano ha il prototipo?
A.C.: Il personaggio, secondo me, era inventato di sana pianta. Però quando è arrivato il quarto romanzo, mia moglie che non è siciliana, è milanese, ha avuto uno sguardo un po’ più critico; mi disse una frase che mi ha sconvolto perché capii che corrispondeva alla verità dei fatti. Mi ha detto: “Ma ti rendi conto che con Montalbano stai scrivendo l’unico ritratto di tuo padre?” Ed era vero!
Come viene in testa allo scrittore la trama del giallo?
A.C.: I romanzi storici nascono da qualcosa che ho letto. I romanzi di Montalbano sono sempre fatti di cronaca. Poi li stravolgo e non si riconosce più il fatto di cronaca. Nel romanzo “La forma dell’acqua” c’è un signore ch’è stato portato in un casino all’aperto e lo si finge morto lì, ma in realtà non è vero; si trattava di sputtanare l’immagine del delitto. Anni fa a Viterbo un senatore democristiano morì nella casa dell’amante e venne portato con la macchina in un luogo dove c’erano le prostitute e lì il cadavere fu lasciato come se vi fosse andato. “La forma dell’acqua” è nato da questa notizia ma, ovviamente, è trasformato. Tutti i miei romanzi sono fatti di cronaca.
E’ un po’ strano non trovare nei suoi romanzi problemi di mafia siciliana.
A.C.: Questo è il problema che mi sono posto. Nei romanzi di Montalbano la mafia c’è sempre, un accenno delle sue gite, un dialogo mafioso ecc., ma non intendo andare più di tanto. Perché? Ho il dovere di dire che la mafia c’è in Sicilia e lo dico. Ma non scriverò mai più un personaggio mafioso perché credo che scrivere e far assurgere a protagonista il personaggio mafioso sia in qualche modo nobilitarlo. Ed io non lo voglio fare. Questo è un mio fatto morale. Il grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia ha scritto il suo famoso libro “Il giorno della civetta” dedicato alla mafia dove c’è il personaggio mafioso Don Mariano Arena che a un certo punto diventa simpatico. Quando il personaggio mafioso condivide le simpatie dei lettori c’è il rischio che uno corre. Ed io non voglio fare questo.
Sicilia, però, è sempre presente nel suo cuore?
A.C.: Sì. Dal 1949 mi sono spostato a Roma ma non ho lasciato la Sicilia. Noi proviamo sempre nostalgia della nostra terra. Quelli che sono nati in Sicilia continuano a portarla in sé anche se si trovano a Roma, a Berlino o a Mosca. Brancati se n’è andato a Roma e continuava parlare di Catania. Verga voleva sinceramente scrivere un romanzo ambientato a Milano e poi, invece, ha scritto “I Malavoglia”. Sicilia per noi non è un paese, ma una condizione dell’anima.
Qual è, a suo avviso, il futuro del giallo?
A.C.: Credo che il giallo influenzerà molta letteratura in genere come noi siamo stati influenzati da altri romanzi che non erano gialli. Credo che sia una buona strada, quella del giallo. Non so quanto durerà, ma finora dura abbastanza.
Lei ricorda quel momento quando ha capito di essere divenuto famoso?
A.C.: I miei libri erano venduti nei limiti della vendita italiana 10-15 mila copie. Via, via pubblicavo questi libri dalla “Sellerio” che incontravano un certo successo, mi telefonavano i librai invitandomi a presentare il libro in diverse città d’Italia. Ed io per tre mesi ho fatto ottanta librerie italiane girando come un pazzo. Cosa avevo? Trovavo trenta-quaranta persone che hanno letto i miei romanzi e mi facevano domande. Ed erano di età da cinquanta anni in su. Quell’anno che tutto cambiò, cioè 1996, mi hanno invitato in una libreria di Firenze. Ed io notai due cose: primo, che la libreria era molto grande ed era gremita. Secondo, mentre stavo parlando, in fondo sono entrati alcuni giovani nella loro “divisa”: con orecchini, pancina fuori ecc. Allora pensai: “Questi vengono a contestarmi”. E la cosa mi piacque molto perché amo la contestazione. Senonché alla fine questi fecero la fila con gli altri che chiedevano autografi. Ma se gli altri mi chiedevano: “Professore, mi scusi, per cortesia, il suo autografo”, questi, invece, buttavano i libri sul tavolo e comandavano: “Scrivi: a Jacopo”. La situazione è cambiata e da quel momento ho capito: “Piaccio”.

Foto:
1.Andrea Camilleri

Uto Ughi, Don Chisciotte della musica

Uto Ughi. Foto di Mario Tornello La zona abitativa intorno all’area monumentale del Vaticano, a Roma, non ha attrattive particolari se non quella della collina dove abita il Maestro Uto Ughi. Un balcone con veduta panoramica su una parte della città è la sua caratteristica.
Troviamo l’artista nel salone di casa sua con sei giovani concertisti nel pieno di una prova musicale per il concerto che sarà dato in presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ascoltiamo e attendiamo in silenzio, in disparte.
Salutati i giovani esecutori, il Maestro si concede a noi che gli rivolgiamo la domanda che ci sta più a cuore: il suo interesse verso i giovani che sconoscono, o quasi, la musica classica. Sappiamo occuparsene da otto anni con contatti anche a livello governativo affinché si rivitalizzi il loro interesse per i valori di quest’arte strumentale.
Anticipandogli il nostro plauso per tale suo interesse culturale gli chiediamo sullo stato attuale della cultura musicale italiana da lui definito “catastrofico”.
U.U.: I giovani non hanno la possibilità di ascoltare musica classica perché fino a venti anni fa la RAI aveva quattro orchestre: a Milano, Torino, Roma e Napoli che trasmettevano ogni settimana concerti in orario molto comodo per gli ascoltatori. Ora per motivi economici è rimasta solo un’orchestra che suona alle tre di notte. La televisione fa poco e, per dire la verità, tale situazione non è soltanto in Italia, ma nell’intera Europa. Questo significa il tramonto culturale e spirituale dell’Occidente. I grandi valori muoiono dato che la gente non vuole più pensare, riflettere sulle cose serie, non vuole faticare, ma ricevere soldi facili.
C’è rimedio?
U.U.: Non dobbiamo seguire il cattivo gusto. So che non è possibile perché viviamo in un’era di globalizzazione. Il mondo è americanizzato. Restano comunque persone che combattono, come me, per la cultura che è la faccia del paese. La musica pop che ascoltano i giovani non è la faccia del paese. E’ la musica della globalizzazione benché spesso presentata come musica popolare. Ma in verità è musica commerciale.
E’ vero, la musica classica non è considerata prioritaria in Italia, così per le melodie di Mozart o Beethoven, né per le amatissime arie di Verdi, Rossini o Bellini che si perdono per radio e televisione.
I giornali concedono poco spazio agli eventi culturali e perciò i concerti di musica classica sono sempre più destinati a pochi amatori, mentre la maggior parte degli italiani non conosce i suoi grandi compositori e musicisti.
Sono spariti i concerti radiofonici che per molti anni propagandavano la classica musicale ad un nutrito pubblico. Molti teatri comunali sono chiusi a causa delle mancate sovvenzioni. Ogni nuovo Governo in Italia cerca di diminuire le sovvenzioni alla cultura. Sono in pericolo le orchestre cittadine che non erano soltanto la base della educazione musicale della provincia, ma della cultura generale in Italia. Recentemente Riccardo Muti ha detto in una intervista: “Imparare a stare in un coro, in una banda, in un’orchestra, significa imparare a stare in una società dove l’armonia nasce dalla differenza, dal contrappunto, dove il merito vince sul privilegio e il vantaggio di tutti coincide con il vantaggio dei singoli”.
Proprio per questa situazione disastrosa molti musicisti oggi sono preoccupati per il futuro del “bel paese”, come Uto Ughi, che da otto anni organizza nella capitale il suo Festival “Uto Ughi per Roma” allo scopo di diffondere il patrimonio musicale tra i giovani nonché scoprire nuovi talenti.
Nato a Busto Arsizio, Ughi ha esordito a soli sette anni al Teatro Lirico di Milano. Ha studiato con il Maestro George Enescu a Parigi e all’Accademia Chigiana di Siena e ha proseguito gli studi con Riccardo Brengola. Da trent’anni Uto Ughi, con grande successo, fa numerose “tournée” suonando con le più note orchestre e direttori al mondo. Nel 1997 il Presidente Oscar Luigi Scalfaro gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.
Il suo Festival è diverso rispetto ai soliti per melomani. Il suo alto scopo è divulgare tra i giovani il ricco patrimonio musicale internazionale e per questo sceglie opere tra le più note trattando, prima dell’inizio, sull’esecuzione e sulla personalità del compositore e con altre notizie inerenti. L’ultimo suo concerto nella Sala dell’“Auditorium” di Roma l’ha dato insieme all’Orchestra “Novaja Rossia” diretta dal maestro Jurij Bashmet.
Uto Ughi è convinto che l’esperienza della propaganda musicale in Russia sia molto preziosa e sia da studiare e copiare, soprattutto per l’Italia dove la situazione in questo settore lascia a desiderare per il tiepido interesse da parte dello Stato.
Lei ha cercato d’interessare con le sue idee il Ministro della Pubblica Istruzione?
U.U.: Sì, abbiamo un programma di come propagandare la cultura nelle scuole. Ho visto il Ministro un paio di volte. Ho fatto le mie proposte che sono state accolte. A parole sono tutti d’accordo, ma quando dobbiamo fare qualcosa di serio diventa più difficile. I nostri politici, in genere, sono sordi a questo problema. Sono pochi quelli che frequentano i concerti di musica classica. Ma, speriamo bene. Il Ministro della cultura Francesco Rutelli ha fatto molto rispetto ai suoi predecessori.
Malgrado ciò, ai concerti di Uto Ughi si possono vedere politici appartenenti ad opposte posizioni e ciò è la migliore testimonianza che l’Arte veramente unisce persone più diverse. E notiamo così che all’inaugurazione del Festival, le prime file erano occupate non da personaggi noti, ma da studenti in jeans, magliette e scarpe sportive che sembravano estranei alla scoperta di un mondo nuovo e in parte sconosciuto. Quella musica è stata accolta in modo diverso: qualcuno giocava durante il concerto con il suo cellulare, ma molti, soprattutto le ragazze, ascoltavano il violino del Maestro con interesse e passione.
Accennando il tema che l’educazione musicale è bene cominciarla alla scuola elementare come una materna, abbiamo chiesto al musicista come è entrata la musica nella sua vita.
U.U.: Nessuno può avvicinarsi alla musica senza un terreno fertile nell’infanzia. I miei genitori suonavano per diletto, non essendo professionisti musicisti. Mio padre era un avvocato e suonava il violino per suo godimento. Mia nonna era austriaca, era nata a Vienna dove, come in molte famiglie, si dava ai bambini in mano uno strumento musicale.
Chi ha notato per primo il suo talento musicale?
U.U.: Credo mio padre. Lui amava la musica moltissimo. Più tardi sono stato fortunato ad incontrare il grande violinista russo David Ojstrach. Avevo a quell’epoca sedici anni. Mi ha invitato a frequentare il Conservatorio di Mosca ma, purtroppo, non avevo in quel tempo questa possibilità economica e l’ho perduta, ma ho frequentato le lezioni di due geni musicali quali Ojstrach e Leonid Kogan. Direi che tutta la scuola violinistica musicale è uscita dalla scuola russo-ebraica di Odessa alla quale appartengono Jascha Heifetz, Nathan Milstein, Ojstrach, Kogan. Il capo di questa scuola era Leopold Auer che insegnava a San Pietroburgo e ha educato una pleiade di grandi musicisti russi.
Quale musicista, tra quelli russi, l’ha impressionato di più?
U.U.: Ero molto amico di Mstislav Rostropovich. Era un musicista straordinario e aveva anche una grande personalità, un magnetismo, una sensibilità particolare. Abbiamo fatto la nostra conoscenza circa venti anni fa quando lui era Direttore dell’“American National Symphony”. Abbiamo molto suonato insieme in diverse occasioni in vari paesi. Sei anni fa gli abbiamo conferito il Premio del nostro Festival, non soltanto per i suoi meriti nel mondo musicale, ma per il suo impegno sociale e il coraggio politico. Era un artista dalle grandi qualità umane, grande cultura, uno dei più generosi uomini che ho mai incontrato nella mia vita. Ma io suono anche con altri musicisti russi e vorrei tanto un giorno conferire il nostro Premio a Valerij Gergiev o Jurij Temirkanov.
Lei non nasconde le sue simpatie per la cultura russa…
U.U.: Nell’Unione Sovietica la musica è stata sostenuta a livello statale ch’è molto importante. Ho saputo che i professori del Conservatorio, in tempi passati, andavano a caccia di giovani talenti in molte città, anche provinciali. Non sono comunista e non m’intendo molto di politica, ma devo ammettere che quello che la Russia faceva per la cultura musicale era straordinario. Però quella di alto livello esisteva in Russia anche prima dell’epoca comunista. Auer viveva e lavorava nei tempi dello zar nel clima della grande cultura musicale che è arrivata in Russia dalla Germania. Il comunismo ha saputo usare la gloria musicale del passato ed è molto importante che non l’abbia distrutta, ma conservata. Oggi, purtroppo, in tutto il mondo c’è crisi e questo non è soltanto la crisi della musica, ma la crisi dell’Occidente e dei suoi valori. I valori nei quali si credeva durante gli ultimi duemila anni oggi diventano relativi e proprio per questo dobbiamo fare tutto per non disperdere completamente le cose belle e positive che ancora abbiamo.

Foto:
Uto Ughi. Foto di Mario Tornello

L’alba tragica del 28 Dicembre 1908

Panorama di Messina in fiamme Una città antichissima, tranquilla che macinava i suoi giorni e la sua storia, distesa pigramente sull’estrema costa orientale della Sicilia: questa era ancora Messina fino alle 5,21 del 28 dicembre del 1908.
Una città che nel 1783 aveva subito un sisma tellurico che l’aveva in gran parte distrutta.
Il buio di quella notte pervadeva ancora ogni angolo, ogni via, mentre una pioggia sottile sin dal giorno precedente intristiva come presagio ogni cosa.
Nell’aria, sebbene ancora notturna, aleggiava il senso festoso della prossima fine dell’anno con gli auguri intrecciati mentre tutto scorreva nella dimensione quotidiana.
Un destino amaro e perverso era, però, in agguato per Messina, Reggio Calabria e molti centri urbani minori delle due provincie.
Ore 5,21 del 28 dicembre 1908. Lunedì. La terra trema, sussulta con violenza inaudita preceduta da un boato non percepito per l’ora notturna.
La gente tutta riposa ancora e nessuno si pone in salvo per tempo.
Quel boato è qualcosa che può essere lontanamente paragonato ad un urlo ancestrale, immenso, senza provenienza, da brivido, che precede le prime scosse catastrofiche che si succederanno con la violenza più rovinosa.
I sismografi impazziscono segnando subito una “magnitudo” pari al 7° grado della scala Richter, ossia uno tra i più distruttivi e catastrofici.
Messina e Reggio Calabria sono ghermite dalla follia della natura che si esprime mandando in rovina quasi interamente le due città vicine, al di qua e al di là dello Stretto di Messina.
Crolla la maggioranza dei palazzi provocando l’immancabile polverone che è visto a distanza dalle navi di passaggio al largo pur nell’incerta luce del mattino.
Esistono foto in merito.
La maggioranza degli abitanti rimane sepolta dopo l’assordante crollo collettivo dei palazzi. Subentra un silenzio mortale da far male all’udito; s’alzano i primi lamenti non raccolti da alcuno. Tra i rari accorrenti si alzano urla di disperazione. Non è facile intervenire a mani nude; occorrono perizia e mezzi idonei. Eppure nell’incerta luce del mattino, anche per l’improvvisa interruzione dell’energia elettrica, inizia una timida opera di soccorso cui partecipa gente inebetita dall’evento, seminuda, strappata miracolosamente alla sciagura che cerca di recare aiuto ai propri familiari e conoscenti.
Nell’aria è pesante il puzzo di gas sprigionatosi dalle condutture spezzate. Si sviluppano, pertanto, incendi improvvisi non domabili dalla gente comune.
Altre scosse minori si susseguono accrescendo il panico tra le persone sconvolte.
C’è chi piange accorato, chi impreca al destino avverso, chi recita preghiere ad alta voce e chi, fuor di senno, impreca, supplica, si lamenta urlando. Sono scene da brivido.
Portare soccorso ai sepolti è pericoloso poiché si susseguono in quelle prime ore altre scosse minori in uno sciame continuo e crolli improvvisi di pareti di palazzi semidistrutti.
La gente superstite è sola nel suo dolore e quello scenario di morte è l’essenza della tragedia umana.
Tre sono state le scosse telluriche più rovinose che si sono susseguite dalle ore 5,21; ad esse sussultorie ne sono seguite altre minori ondulatorie, più dannose, per le oscillazioni che provocano il crollo di quanto si regga in bilico.
Ma alla sciagura dilaniante del terremoto a Messina, si aggiunge quanto non avvenne a Reggio Calabria: il maremoto, il cui fenomeno è di una spettacolarità sconvolgente, fuori da ogni conoscenza umana.
Il mare antistante Messina, dopo la più distruttiva terza scossa ebbe come un immenso sussulto che provocò l’immediato ritiro di una grande distesa d’acqua antistante la città, quasi prosciugando per qualche chilometro la zona portuale, cui seguì un suo immediato ritorno sulla terra con conseguenze che dire catastrofiche è ben poca cosa.
Onde dell’altezza di un palazzo, da sei a dieci metri, ritornate sul porto e sulla costa tutta vi si avventarono furiosamente ghermendo quanto era rimasto in piedi delle murature e strappando la gente che, atterrita, aveva raggiunto quello spazio ritenendolo più sicuro.
Duomo di MessinaCosì in mare galleggiarono molte decine di cadaveri insieme a oggetti di ogni genere, comprese tutte le imbarcazioni di piccolo cabotaggio che si trovavano alla fonda.
Anche a Reggio Calabria, scoppiavano incendi improvvisi per il gas che si sprigionava dalle condutture spezzate. Erano provocati da un nonnulla ed accrescevano l’immane sciagura. Un senso fatale di condanna sembrava incombere sulle due magnifiche città.
Gli stessi danni accadevano a caserme militari ed ospedali dove in uno, su 230 ricoverati se ne salvarono 29 mentre le vittime del 22° Reggimento Fanteria della Caserma Mezzacapo furono la maggior parte.
Ingenti danni sono dappertutto come in provincia: a Bagnara di Calabria crolla la chiesa di San Rocco del’700, così a Trifase nei pressi di Catanzaro con molti danni e qualche vittima.
Tutti i paesi di montagna sono stati interessati, ma con pochi crolli e molte lesioni ai muri. Poche le vittime.
Le apparecchiature sismografiche indicavano che la falda tellurica sottomarina interessata al sisma era stata individuata con epicentro nella zona dello Stretto verso il Mar Ionio. La falda staccatasi è stata calcolata in circa dieci chilometri di lunghezza.
I tratti ferroviari nei pressi di Messina e della città calabra sono stati completamente divelti ed arcuati dalla mano di un destino avverso.
Fu impossibile sperare di essere raggiunti, in breve tempo, per via ferroviaria.
Sull’orrido spettacolo delle due città distrutte si era steso il manto di un pietoso silenzio spezzato qua e là da voci lontane concitate e lamentose.
Tra i superstiti subentra un’attesa di speranza. Infreddoliti, seminudi, attendono inebetiti di ricevere aiuti.
Non occorre una fertile immaginazione per cogliere la panoramica del tragico evento.
Messina con il crollo di circa il 90% dei suoi edifici fu quasi rasa al suolo.
Al porto, sede della 1° Squadriglia torpediniere della Regia Marina, si trovavano ancorate le torpediniere “Saffo”, “Serpente”, “Scorpione”, “Spica” e l’incrociatore “Piemonte”; a bordo di quest’ultimo un equipaggio di 263 uomini. Alle otto del mattino di quello stesso giorno, la “Saffo”, riesce ad aprirsi un varco fra i rottami del porto per far sbarcare i suoi uomini su motolance e quelli della R.N. “Piemonte” dando inizio per primi all’opera di soccorso raccogliendo immediatamente oltre 400 persone, tra feriti e profughi che vengono avviate, via mare, a Milazzo sulla stessa costa siciliana.
Interviene, per fortuna, la scienza.
Il tenente di vascello A. Bellini con la sua torpediniera, “Spica”, lasciato il porto di Messina, malgrado le cattive condizioni del mare a causa delle raffiche di vento, forza otto, raggiunge, un’ora dopo, Marina di Nicotera sulla costa calabra da dove riesce a trasmettere un dispaccio telegrafico a Roma. La notizia, alquanto confusa, raggiunge la capitale dove, pur considerata esagerata, rimbalza al Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti e altri membri del Governo nonché sua Maestà Vittorio Emanuele III il quale convoca immediatamente il Primo Ministro e i responsabili dei vari dicasteri.
Inizia la fase organizzativa. Ogni Ministero ha le sue iniziative concertate con il Governo centrale che riunito d’urgenza alla Camera dei Deputati stanzia con approvazione istantanea una ingente somma di denaro per i primi aiuti alle popolazioni.
A Roma dove s’installa una “unità di crisi” gli ordini sono categorici e la disponibilità dei mezzi ed uomini è immediata.
Il Comando di Stato Maggiore dell’Esercito impartisce ordini operativi mobilitando gran parte delle unità presenti nella zona centrale nazionale. Il Ministro della Marina fa comunicare alla Divisione navale in navigazione nelle acque della Sardegna, composta dalle corazzate “Regina Margherita”, “Regina Elena”, “Vittorio Emanuele” e dall’incrociatore “Napoli”, d’invertire la rotta e dirigersi verso le zone disastrate.
Il Re raggiunta Napoli l’indomani, 29 dicembre, s’imbarca sulla “Vittorio Emanuele” diretto in Sicilia dove vi giunge insieme alla Regina Elena e percorrono un lungo tratto in vista della costa siciliana sulla nave che reca materiale sanitario e generi di conforto, dopodiché sbarcato nelle prime ore del giorno successivo con il seguito dei Ministri Bertolini e Orlando vengono accompagnati nelle due città morte.
Data la gravità della situazione, la Regina Elena, rimasta sulla corazzata, contribuisce con grande impegno all’assistenza dei feriti mentre il Re raggiunta la terraferma porta alle truppe italiane e straniere, impegnate nelle difficili operazioni di soccorso, le proprie espressioni di elogio e riconoscenza. Subito dopo effettua con il seguito una visita alle zone terremotate.
Il silenzio è pesante, spezzato soltanto dalle voci dei primi soccorritori che sono a lavoro. Dinanzi al Re viene estratta dalle macerie una donna totalmente imbiancata dalla polvere che pur traumatizzata riconosce il Sovrano e lo ringrazia per la sua presenza.
Sono forse i momenti più dolorosi e pericolosi poiché i crolli spontanei di facciate o provocati dai valorosi Vigili del fuoco o dai soldati del Genio Militare si susseguono.
Una grande tendopoli è stata innalzata in periferia per assistere i feriti unita a una cucina da campo; ed un’altra per accogliere i superstiti ed alimentarli. Ambedue vengono visitati dal Re e dai Ministri.
Molti medici volontari arrivano in continuazione dalla Sicilia e da ogni parte d’Italia ponendosi a disposizione. Giungono anche diversi preti per un conforto religioso. Moltissimi militari vengono impiegati per sgombrare le strade principali allo scopo di consentire il passaggio dei carri adibiti per molti usi.
Per tale opera assistenziale occorre qui aprire una breve parentesi sulla partecipazione, una volta sparsasi la ferale notizia, delle navi che navigavano nelle acque territoriali italiane al largo della costa siciliana.
All’alba del 29 dicembre la rada di Messina comincia ad affollarsi di unità marinare di ogni tonnellaggio, italiane e straniere. Una squadra navale russa alla fonda nel porto di Augusta, sulla costa orientale siciliana, appresa la notizia, si dirige a tutta forza verso Messina con le navi “Makaroff”, “Bogatyr”, “Gilyak”, “Koreyets”, “Slava”, “Cesarevitc”.
Subito dopo fanno la loro comparsa le navi da guerra inglesi “Sutley”, “Minerva”, “Lancaster”, “Exmouth”, “Duncan”, “Euryalus” che accorrono.
Il comandante russo Ammiraglio Vladimir I. Litvinov fece approntare i primi soccorsi prestando anche opera di ordine pubblico. I suoi militari vengono impiegati immediatamente. La loro abnegazione è esemplare fino al sacrificio di tre di esse.
Le navi da guerra, trasformate in ospedali, cariche di feriti effettuano la spola con Napoli ed altre città costiere, occupandosi anche di trasferire le truppe concentrate nel porto in attesa di essere impiegate. Ogni altra nave fu di valido aiuto in tanti settori dell’assistenza.
A loro si aggiunsero volontari civili, poliziotti e carabinieri giunti da Palermo e Catania.
Qui, una nota commossa intendiamo rivolgerla a Francesco Tornello, genitore di uno dei due autori del testo, poliziotto ventunenne giunto da Palermo con il suo reparto che si distinse per l’opera di soccorso ricevendo alla fine una medaglia d’argento a ricordo.
La stampa internazionale tutta usciva con servizi in prima pagina recanti le gravissime notizie, a caratteri cubitali riportando dapprima dati approssimativi e confusi e poi notizie più dettagliate sottolineando il valore dei soccorritori in quella gara di solidarietà.
L’abnegazione dei marinai accorsi è rimasta nella storia dei popoli: italiani, russi, francesi, inglesi, greci. Ad essi, ai militari e poliziotti, carabinieri e soccorritori civili tra cui tanti medici, nonché al personale delle assistenze, italiano e straniero va, ancora oggi, il plauso di tutti i cittadini italiani a ricordo imperituro del loro contributo.
Messina, resti di una casa in Corso Garibaldi Alla memoria delle 120.000 vittime furono celebrate in tutta Italia messe in suffragio.
Le salme raccolte nelle zone periferiche delle due città vennero sepolte collettivamente con un rito religioso.
Nei due giorni seguenti il disastro decine di giornalisti di ogni latitudine accorsero a Messina e Reggi o Calabria spingendosi anche nelle provincie per constatare di persona e descrivere direttamente la tragedia. Non mancarono le critiche al Governo per ritardi e altre insufficienze. Perfino il grande scrittore russo Maksim Gorky, in esilio politico a Capri, ha scritto pagine memorabili su un volume dal titolo: “Terremoto in Calabria e Sicilia” stampato e pubblicato due mesi dopo a San Pietroburgo.
Lo stesso fece M. Wilhelm Meyer, giornalista tedesco proveniente anche lui da Capri che più di altri trattò per diversi giorni l’immane tragedia.
Un gesto generoso fu compiuto dal grande cantante russo Feodor Chaliapin sposato con la ballerina italiana Iole Tornaghi di origine palermitana donando in quell’occasione la considerevole somma di 5000 franchi.
Una vera gara di solidarietà si aprì in Europa.
Anche le Ferrovie italiane inviarono proprio personale tra cui Gaetano Quasi modo, siciliano, che raggiunto con la famiglia il paese di Roccalumera, in provincia di Messina, iniziò a riorganizzare quel tratto di ferrovia locale avendo al seguito il figlioletto di sette anni, Salvatore, futuro Premio Nobel per la letteratura.
Lo stesso dramma si viveva a Reggio Calabria isolata nei primi giorni dopo l’evento per mancanza di comunicazione per via marittima e ferroviaria a causa dei gravi danni sia al porto che ai traghetti nello Stretto di Messina.
Reggio Calabria, città luminosa, ricca di storia della Grecia antica era piegata su sé stessa, ferita a morte come la consorella Messina.
Quell’evento tragico, immane è rimasto inciso indelebilmente nella storia dell’uomo.
Superato quel dramma, si provvide alla riorganizzazione e ricostruzione delle città per le quali furono dettati i nuovi parametri di costruzione da adottare. Fu approntato un piano regolatore d’avanguardia che tenendo in grande considerazione la telluricità della zona impose regole precise. Ideato dagli ingegneri Borzì e De Nava stabiliva per il futuro che ogni nuova costruzione nelle due città e limitari si sarebbe dovuta realizzare dentro perimetri in cemento armato e di altezza non superiore al terzo piano.
Prevedeva anche la larghezza minima delle vie principali e secondarie nonché gli spazi antistanti i palazzi.
Lo stesso fu stabilito per Reggio Calabria che oggi sorride con Messina al sole mediterraneo godendo di una planimetria d’avanguardia, di grande respiro che conferisce alle due consorelle una vivibilità nuova progettata a misura d’uomo e di eventuali sismi.
28 Dicembre 1908, una data che ha lasciato la sua impronta indelebile nella mente degli uomini.

28 Dicembre 1908, una data che ha lasciato la sua impronta indelebile nella mente degli uomini.



Foto:
1.Panorama di Messina in fiamme
2.Duomo di Messina
3.Messina, resti di una casa in Corso Garibaldi