Silarus 268

La scomparsa di Mario Tornello
E’ scomparso un artista esemplare

Mario Tornello Mario Tornello, classe 1927, siciliano di Palermo, ma romano di adozione, è scomparso nella capitale, dove viveva da quasi mezzo secolo, il 2 febbraio 2010. L’avevo rivisto, dopo tanti anni, a fine novembre 2009, in occasione della presentazione dell’ “Apollo buongustaio”, quella insolita e raffinata pubblicazione a tema gastronomico – letterario ideata nel 1960 e portata avanti fino al 1987 da Mario Dell’Arco. La rivista fu ripresa dopo la morte del poeta, da un gruppo di appassionati cultori (tra i quali Franco Onorati e Sandro Bari). Nel volume era compreso il racconto a firma Tornello, intitolato “Lo sfinciuni” (una particolare pizza natalizia di Bagheria) , su cui egli si è diffuso entusiasticamente per spiegarne i pregi al pubblico che gremiva il salone Di Liegro del Palazzo della Provincia di Roma. I nostri incontri sono stati rarissimi. Mi ero anche recata una volta, insieme a mio marito, a casa sua, forse negli anni Ottanta, per ammirare le sue opere pittoriche, esposte in un luminosissimo studio dalle ampie vetrate. Eh, sì, Tornello era un quotato pittore, oltre che poeta e narratore di vaglia. Conservo due bei libri con dedica: “Il signor Piazza ed altri racconti” e “Calori di Sicilia” (del quale fu pubblicata una mia recensione nel numero 239/40 del 2005 di “Sìlarus”). Il volume fu stampato nel 2004 con il patrocinio dell’Accademia Siculo –Normanna. Quest’ultima opera è bilingue, perché ogni pagina reca la traduzione in russo e saggi della moglie Irina Baranchéeva, corrispondente da Roma per la “Literaturnaja Gazeta” ed ora per altre riviste letterarie. L’ampio curriculum di questo artista non è semplice da riassumere: 45 mostre personali, 230 rassegne d’arte. Ha vinto premi di risonanza internazionale, sia per la pittura che per la poesia che lo vide esordiente nel 1974 presso la libreria Croce di Roma. Dal 1975 in poi è tutto un fiorire di premi, (Il Quadrifoglio di Roma, il premio Bardonecchia, il “Sicilia 80”, il “Castelluccio” di Racalmuto, “All’ombra degli Etruschi” di Pisa, l’ “ASL A di Palermo, nonché una segnalazione al XIX Premio “Sìlarus”). Collaborava a “Revisione” di Roma, “Primarno” dell’Accademia Casentinese. Lunga e qualificata la sua presenza su “Sìlarus”. E’ stato insignito “Honoris causa”, del titolo di Accademico dell’Accademia Siculo – Normanna di Monreale nel 1997. La sua poesia è stata tradotta in molte lingue. Intensa e originale anche la sua partecipazione quasi ventennale all’annuale rassegna de “L’Apollo buongustaio” di cui era uno dei curatori, col compito di scegliere anche le illustrazioni e i finalini. Il mio personale ricordo, basato su poche telefonate e pochi contatti, riguarda la sua signorilità, la sua gentilezza d’animo.Attraverso le pagine di “Calori di Sicilia”, però, ho potuto seguire la sua evoluzione interiore di uomo e di artista. Sono stata presa per mano, attraverso descrizioni paesaggistiche e stralci struggenti di diario. L’ho rivisto ragazzo in sella alla sua bicicletta, mentre trascorreva la sua dorata infanzia a Bagheria, mentre faceva amicizia con i soldati americani, mentre metteva in salvo i libri dalla sua casa sventrata di Palermo.
Silarus268 Qualche giudizio? Renato Guttuso: “Tornello appartiene alla razza dei siciliani meditativi”; Renato Civello: “L’isola senza tempo, l’isola amara e felice è ancora musica nel cuore dell’artista; e sta nei suoi pensieri come diagramma sottile che ricompone l’intero senso della realtà”; Irina Baranchéeva (la moglie giornalista): “Nelle sue liriche, come nella pittura, l’autore esprime se stesso liberamente e coraggiosamente, senza seguire nessuna corrente, indirizzo o raggruppamento, ma, se la pittura riflette tutti i lati della sua natura, inclusi anche quelli sommersi del suo carattere, la poesia ci trasmette la parte alta e ideale della sua anima”. A conclusione, ecco un illuminante pensiero dello stesso Tornello: “Il poeta scende dal cielo o vi sale appoggiandovi la scala dei suoi sentimenti che gli parlano con voce sommessa. Un uomo senza sogni non è un uomo”.

Pubblicato su “Silarus” di Battipaglia n. 268 2010

Apollo 2011

Ricordo di Mario Tornello

Mario Tornello e Alfredo Muzio Neppure la magia di Akiro Kurosawa, mirabilmente espressa nel suo Rashomon di oltre mezzo secolo addietro, riuscirebbe a convincermi che, “...a ben vedere...”, la morte non esiste: Mario se n’è andato, ci è stato rubato, è scomparso, non c’è più, mettiamola come volete, ma non riuscirò a consolarmi pensando che “...non è morto e ci aspetta di là”.

E quindi vi prego di concedermi di non stare, com’è consuetudine, a tessere le lodi del poeta e del pittore defunto: altri l’han fatto, e lo faranno ancora, molto meglio di quanto io non riuscirei a fare. Consentitemi, dunque, di raccontare che avevo un amico, uno dei pochissimi, di quelli che bastano le dita di una mano per contarli, e l’ho perduto. Questa è la cruda verità con cui, piaccia o no, ci si deve confrontare. E non mi consola per niente il fatto che ciò sia avvenuto in omaggio a una immanente, ineludibile, eterna legge naturale, alla quale niente e nessuno può sottrarsi.

Non era, la nostra, un’amicizia nata ieri e neppure trent’anni fa: noi fummo Balilla, insieme, e “vestivamo alla marinara”! Abbiamo visto arrivare, e guardavamo col naso all’insù, stupefatti più che spaventati, gli americani, gli invasori (o i liberatori, secondo i punti di vista!) che, dall’alto dei loro carri armati, grandi quanto una casa, lanciavano caramelle e scatolette di marmellata, per ingraziarsi la benevolenza dei locali, per altro abbastanza ben disposti.

E ascoltavamo Gershwin, venuto, per noi, insieme a Steinbeck e al boogie-woogie e alle bombe delle Fortezze volanti e la “corned beef” dei liberatori, Mario e io, passeggiando smarriti sull’onda di quella musica nuova e del tutto sconosciuta, che veniva a sconvolgere le nostre simmetrie consolidate e che, sia pure inconsciamente, credevamo immutabili.

Oggi, anche in Italia, la musica di Gershwin non sbalordisce più nessuno ma, ai primi degli anni ’40, quando Mario ed io eravamo appena adolescenti e giocavamo a foot-ball con una palla fatta di stracci, cuciti ben stretti insieme perché potesse rimbalzare almeno un po’, le cose erano ben diverse, perché ben diversi erano gusti, abitudini e conoscenze, anche musicali, degli italiani.

Eravamo abituati, almeno nel campo della musica popolare e, quindi, più diffusa, alla tipica canzonetta che raccontava, in musica, un fatto, un episodio di vita ed era costituita da una strofa, seguita da un ritornello, cui seguiva un’altra strofa e quindi altro ritornello e, a volte ma non sempre, un finalino per concludere il discorsetto musicale.

Alcune canzoni narravano di storie lunghe e complesse e, per esigenze di descrizione narrativa, comprendevano addirittura tre strofe e, quindi, altrettanti ritornelli. Ma la struttura della composizione rimaneva, sostanzialmente, quella: perfettamente simmetrica e prevedibile, anche negli accordi e nella successione dei toni (minore per la strofa, maggiore per il ritornello …).

E le storie narrate dalle canzonette descrivevano fatti e sentimenti semplici e tradizionali, storie banali e, più frequentemente, addirittura lacrimevoli: amori non ricambiati, speranze deluse, infanzie maltrattate, giuramenti infranti; ma anche fiducia nel futuro, amicizie indissolubili, l’amore per la mamma e così via. E i testi, di quelle canzonette, erano sempre rigorosamente in rima, costruiti addirittura con l’uso del “rimario”.

Soltanto qualche cantante (Natalino Otto, Alberto Rabagliati, il Trio Lescano...) che, occasionalmente, aveva avuto modo di conoscere realtà culturali differenti, da quelle di casa nostra, eseguiva canzonette il cui testo era a rima libera; o dava una interpretazione insolita (la si definiva, piuttosto grossolanamente, “sincopata”) della tipica canzonetta italiana. Ma si trattava, pur sempre, di rare eccezioni, considerate come vere e proprie bizzarrie.

La musica di Gershwin, per naturale conseguenza, ci appariva assurda e incomprensibile. L’incipit della Rapsodia in blue, ad esempio, con l’assolo del clarinetto che sembra produrre una cascata di note, degradanti in successione graduale e costante, dai toni bassi via, via verso quelli più acuti, ci faceva trasecolare e chiederci: “ma che vuol dire?”.

Non capivamo (eravamo poco più che bambini!) che, quella musica, ci diceva che Roma non è più immortale (o non lo è mai stata? O lo è sempre, malgrado tutto?).

Apollo 2011 Mario, però, fu conquistato da quella musica nuova, che lo accompagnò sempre, in seguito, insieme a quella di Chopin, nei momenti delle sue invenzioni artistiche. E, infatti, sia Gershwin sia Chopin sono una presenza fondamentale in alcune sue ispirate composizioni, racconti e poesie; o gli hanno dato compagnia mentre inondava di colori e di luce le tele con cui creava visioni oniriche dell’adorata, eoliana Stromboli.

Eravamo in pochissimi, fra tante conoscenze, a poterci dire veramente amici: amici di quelli che stanno bene, insieme, sempre e comunque, talvolta anche senza dire una parola, per lungo tempo, in un silenzio che è condivisione, tacita concordanza di idee.

E passeggiavamo a lungo, di sera, in quel silenzio quasi complice, magari tirando calci a un barattolo o a uno scatolo di cartone che, in quei tempi, era abbastanza facile trovarsi fra i piedi; o scendendo alla diavola, in bicicletta, dai tornanti del Monte Pellegrino, nella nostra bella e sventurata Palermo.

Adesso non c’é più, Mario (e forse neanche Palermo!), e bisognerà farsene una ragione. Ci mancherà la sua ironia, il suo inguaribile buon umore, la sua generosità, a volte mal ricambiata; la sua voglia di vivere che lo faceva apparire giovane anche ad anni ...anta abbastanza avanzati.

Ci resta solo la speranza, l’illusione, forse, di ritrovarci ancora, guariti da ogni male terreno, nei boschi eterni dei Giusti e degli amici perduti.

Piazza Armerina, Febbraio 2010

Pubblicato su “l’Apollo buongustaio” di Roma 2011

Foto: Mario Tornello e Alfredo Muzio. XVIII Premio internazionale di Poesia “Città di Marineo”, 1992

Silarus 273

“In memoria” di un amico

Silarus 273 “Vassily, do you want coffee?” – questa frase dava l’avvio ai nostri discorsi. Non era necessariamente l’invito di gustare la classica bevanda, ma uno specie di saluto, una passaparola che potevamo capire soltanto noi due, perché ne conteneva lo stesso modo di amare la vita, l’ottimismo che ci riuniva, due persone felici e aperte al mondo.

Mario conosceva poche parole russe, io non parlavo l’italiano, ci aiutava a comunicare la sua simpatica moglie, giornalista Irina Barancheeva. Ma anche parlando per telefono, divisi da migliaia di kilometri, percepivamo questa parola come una scintilla che dava l’inizio al contatto, e Mario, appena sentiva la mia voce, esclamava sempre: “coffee”. Così essa per me significava non soltanto l’aroma che mi faceva ricordare i nostri incontri, ma il gusto per la vita che noi comprendevamo nella stessa maniera: eravamo molto vicini spiritualmente. Incredibile, ma avevamo stessi interessi: giornalismo, letteratura, storia, pittura, architettura, jazz e musica classica.

Purtroppo, non sentirò mai più quell’esclamazione: “coffee!”, interpretata con tanta passione… Il mio amico Mario ha lasciato per sempre questo mondo!..

Di lui mi rimangono molti cari ricordi, compresi i suoi articoli pubblicati nella mia rivista; le sue poesie nella mia traduzione, i suoi quadri, incisioni e anche cartoline che lui disegnava e mi regalava in diverse occasioni.

In poche parole, ho fatto il ritratto di una persona cara che mi è rimasta per sempre nel cuore, ma sarebbe opportuno dire anche della sua impronta nella vita sociale e artistica. Mario Tornello è diventato il corrispondente speciale del nostro mensile, essendo già noto nel campo artistico e letterario. Era nato a Palermo e, grazie al suo talento, unito al lavoro, nonché al continuo desiderio di perfezionarsi nel campo professionale, ha ottenuto risultati straordinari. E’ stato insignito, “Honoris Causa”, del titolo di Accademico dell’Accademia Siculo Normanna di Palermo e Monreale nel 1997 e, inoltre, del Premio di Cultura della stessa Accademia, nel 2001.

Ha tenuto in note Gallerie italiane e straniere 47 mostre personali e partecipato, su invito, a più di 250 Rassegne d’arte in Italia e all’estero. Ha vinto numerosi Premi d’arte nazionali ed esteri. Della sua attività artistica hanno scritto i critici importanti che lo hanno presentato anche nei cataloghi delle sue mostre personali. Ha realizzato 10 pitture murali in diverse città italiane come Palermo, Roma, Ustica, Barcellona, Cervara ed altre. Le sue opere si trovano in diverse collezioni private e pubbliche in Italia ed all’estero: a Palermo, Bagheria, Monreale, Certaldo, Rovereto, Fondazione Marina Zvetaeva di Mosca ecc.

Ha esordito in poesia in occasione della sua 32º mostra personale di pittura, nel 1974, presso il Centro d’arte della Libreria Croce di Roma, presentando, tra l’altro, una cartella di cinque serigrafie e cinque poesie con testo critico di Gabriella Sobrino. E’ autore di raccolte di poesie e racconti. La sua poesia è stata tradotta in varie lingue tra cui: aramaico, ebraico antico, francese, cingalese, russo.

E’ presente in importanti pubblicazioni d’Arte compreso “Catalogo d’arte moderna italiana”, Ed. Mondadori, 1988. Nello stesso anno lo Studio cinematografico “Prisco Production” di Roma ha realizzato il documentario “Memorie isolane di Mario Tornello” su testo critico di Renato Civello, dedicato alla sua attività artistica e poetica.

Nel 2004 un suo volume bilingue italo-russo di racconti, poesie e incisioni dal titolo “Calori di Sicilia”, tradotto da Irina Barancheeva e Lollij Zamojsky, è stato presentato alla Fondazione Marina Zvetaeva di Mosca. La sua penultima Mostra è stata organizzata a Mosca, nello stesso anno, al Palazzo delle Nazioni del Governo di Mosca, su invito, come primo artista italiano dalla fondazione di tale istituzione.

Mario Tornello collaborava con molte testate italiane e russe scrivendo sui temi culturali e raccontava, specialmente per il pubblico russo, la sua amata Sicilia.

Avendo, negli ultimi anni, gravi problemi con la vista, continuava a lavorare con grande coraggio e tenacia. Scriveva con l’aiuto del computer per ipovedenti che permette di ingrandire i caratteri e leggere quello che è stato scritto a mano. Il suo credo artistico e umano, è rappresentato dalle sue parole: “Il poeta scende dal cielo, o vi sale, appoggiandovi la scala dei suoi sentimenti, che gli parlano con voce sommersa… Un uomo senza sogni non è un uomo”. Ricordando la sua vita direi che questa strada non era facile, ma resta, comunque, esemplare.

Come, forse, noi tutti, Mario rifletteva sull’inevitabile fine della sua vita terrena e un giorno ha chiesto alla moglie di mettere, in bara con lui, i frutti della sua creatività: un disegno, una poesia, un racconto ed un articolo. Irina mi ha raccontato: “dato che lui amava molto la tua rivista, ho messo il suo articolo su Montmartre pubblicato sul History Illustrated, perché era il posto dell’anima di Mario”.

Non vorrei piangere, ma ammirare le sue opere, leggere le poesie, articoli e racconti, che hanno lasciato le impronte sulla “scala dei sentimenti” che porta al cielo.

(Tradotto dal russo da Irina Barancheeva e Alfredo Muzio)

Il Prof. Vassily Danilenko è il capo di redazione del mensile “History Illustrated” di Mosca, direttore della casa editrice “Nota Bene”. Questo Ricordo è stato pubblicato su “History Illustrated” insieme all’ultimo articolo di Mario Tornello “Le residenze nobiliari di Bagheria”, terminato poche settimane prima della scomparsa.

Pubblicato su “Silarus” di Battipaglia n. 273 2011

Omaggio a Mario Tornello

Mario Tornello: Il sentimento dell’essere un po’ in ritardo

E’ una mattina insonne, ma è ancora presto. Tuttavia non è abbastanza presto per giustificare il mio ritorno a dormire. Nella mia mente i pensieri sul programma della giornata si avvicendano portandomi inevitabilmente ad allargare quello della mia vita. Non voglio però entrare nell’argomento. Oggi vorrei soffermarmi soltanto su uno tra i miei pensieri, su un semplice progetto.

Dopo che ho speso parecchi mesi per affrontare la lingua italiana, sentendomi un po’ colpita e bastonata da tale processo, ho preso una decisione: imparare finalmente l’italiano.

A questo punto voi potete chiedere cosa intendo dire se si considerano le mie precedenti affermazioni circa lo studiare o l’“affrontare” l’italiano. No, non sono completamente digiuna. Voglio dire che la mia riflessione mattutina mi ha permesso di realizzare quello che francamente non volevo più di tanto, cioè desiderare di imparare l’italiano… fino ad ora.

Capisco che certe persone, probabilmente tante, abbiano una comune opinione sulla lingua italiana e cioè che è una tra le più belle lingue da parlare, da scrivere e da imparare. Non sono stata della stessa opinione e non sono certa di esserlo ancora. Apprezzo le sue “nuances” e riesco a godere delle sue melodiose qualità, tuttavia sono molto più portata per le lingue germaniche, il che ha a che fare con certi aspetti della mia personalità che queste lingue in qualche modo vanno a completare.

Il punto è che dopo tanti mesi di studio e del mio legame affettivo di sedici mesi con Roma, soltanto ora mi sono sentita pronta per una vera relazione con la gente e la cultura. Prima ero troppo impegnata a vivere e cercavo come prolungare la pseudo-realtà di quella luna di miele che costituiva il mio rapporto con Roma.

Ora ho capito che posso accettare Roma e che questa città può accettare me. Ancora più importante, l’aspetto più magico di tale accettazione è che finalmente cerchiamo di comprenderci reciprocamente. Sì, può sembrare un po’ strano parlare in questo modo di una città, ma…

Ho passato molto tempo passeggiando per le vie di Roma. Sin dall’inizio l’aspetto più affascinante, oltre ai monumenti, era quello di capire poco di ciò che si diceva intorno a me. Volevo perdermi in una folla con la quale non dovevo condividere i miei pensieri e nei confronti della quale non avevo necessità di reagire.

Certamente è difficile per una come me essere invisibile in ogni parte d’Europa dove la mia pelle nera sicuramente entra in contraddizione con le norme di tutte le società dove mi trovo. Ho raggiunto, però, il senso del mio mondo privato, fuori da una certa asprezza della realtà che ho vissuto antecedentemente alla mia prima visita. Roma mi ha dato la possibilità di capire me stessa ancora una volta, di ascoltare la mia voce, di sentire i miei pensieri, di credere nella capacità di costruire un futuro bello e tangibile.

Immagino che se avessi pensato che rinunciando a questo “separatismo”, all’“isolamento” autoimposto, all’ignoranza verso il mondo che mi circondava, avrei perso tutto ciò che avevo conquistato. Penso di aver già scritto sull’argomento, cioè su come i nostri pensieri, certe volte molto irrazionali, ci impediscono di abbracciare proprio quello che può veramente valorizzare le nostre vite.

Dunque sono qui. Questa mattina mi sono svegliata con il desiderio di leggere un intero romanzo in italiano, il mio romanzo preferito sin dall’adolescenza. Sono andata persino lontano per acquistarlo nell’edizione Kindle, in modo da poter cominciare subito. No, non è “A braccia aperte” di Mario Tornello, bensì “Intervista col Vampiro” di Anne Rice.

E’ stata l’immagine di “A braccia aperte”, questo libro di poesia, ad accendere il mio desiderio di imparare l’italiano… Questa è un’altra ragione per cui mi sono sentita un poco in ritardo.

L’ho scoperto durante un’occasionale passeggiata pomeridiana attraversando un quartiere vicino, la Garbatella, prima che cadesse la neve. C’è una piccola libreria subito prima della rotatoria che porta verso una tra le maggiori strade di Roma, via Cristoforo Colombo. Non sono tanto sicura di cosa mi abbia spinto ad entrare dentro, ma comunque sono entrata.

Il locale era cupo, buio. Qua e là sparsi pochi articoli di cancelleria e zaini scolastici. Per quanto ho potuto constatare molti libri erano acquistati sia all’inizio del nuovo millennio che decine di anni prima. La padrona della libreria, una signora, era impegnata in una lunga conversazione con un acquirente riguardo la famiglia di quest’ultimo. Quello era il massimo che il mio italiano mi ha fatto capire. Quando finalmente lei mi ha notato, si è avvicinata ed io le ho spiegato nel mio stentato italiano che cercavo una raccolta di poesie di Eugenio Montale. Immaginavo che, data la fama del poeta, non sarebbe stato difficile trovare un suo libro in libreria. Evidentemente mi ero sbagliata.

Dopo un’ulteriore conversazione, dopo che mi erano stati proposti tutti i romanzi romantici che la libreria conteneva (vi sembro un tipo da romanzo rosa?), la padrona finalmente mi ha permesso di curiosare intorno, anche se non c’era tanto da curiosare perché il locale non era altro che un’unica piccola stanza che includeva tutta la merce, la padrona, un acquirente e me. Tuttavia mi attardavo vicino all’ingresso permettendo ai miei occhi di scivolare su un certo numero di libri facilmente visibili. E proprio in quel momento l’ho visto…

Mi è piaciuto quel piccolo libro color crema con i suoi caratteri “Times New Roman” ed il suo unico logo dell’occhio alato. Probabilmente ho pensato che sarebbe stato facile leggerlo perché non era un grande libro o a causa della semplicità del suo logo. Chissà? In ogni caso l’ho preso e l’ho aperto alla pagina quattordici.

Parlerò di te
Parlerò di te
che mi riconosci il passo
sui mattoni di cotto,
di te che rubi sulla mia pelle
pensieri rappresi, sospesi tra due cieli;
di te, dei tuoi spenti desideri
ormai chiusi in arcani pensieri.
Di te che ho voglia di dire
e di sentire curiosità sopite,
di te che mi sfuggi
come un sabato che se ne va.
Parlami, perché io varchi la tua soglia
sotto l’ibisco che accende lanterne rosa
tra giardini a mare.
Stringi tra le tue dita
di cristallo d’arte
queste mani che ti dicono
quale luogo profondo
hanno scavato tra le mie carni.
E tutto si perde
nella sofferenza dell’attesa,
nelle parole pronunciate e spente
a fil di labbra,
nella palude delle idee
dove ritrovare se stessi
è come avere un poker tra le mani.

Senza capire il significato di tutte le parole ho capito la poesia. Quando scrivo “ho capito”, volevo dire che questa era legata con qualche parte importante di me che mi ha permesso di coglierne il significato. Letta in silenzio o a voce alta, questa poesia, almeno per me, suscita profondi sentimenti.

Caro amico
Ho letto il tuo urlo senza voce
e m’è caduto il cuore.
Mi dici che i morti in riposo,
sospesi tra due cieli bruciano
sullo scoglio vestito di sole.
Non saprò più immaginare
sulla cenere di ciò che fu.
Siamo inermi nel delirio
di chi non sa amare
ciò che l’alba del tempo
ha inciso per l’uomo.

Mario Tornello era pittore, poeta e scrittore. Nato il 21 ottobre 1927 a Palermo, è morto il 2 febbraio 2010 a Roma. E’ stato tutto quello che un giorno spero veramente di essere. Attualmente io sono un po’ come “lavori in corso”. Ma forse siamo tutti così.

Ora vado a fare una passeggiata con un libro delle edizioni Kindle, un dizionario italo-inglese, un libro di poesie e una penna. Sono già in ritardo, ma comunque felice.

2012

(Tradotto dall’inglese da Irina Barancheeva e Edvige Lugaro)

Diedré M. Blake è un consulente per la salute mentale e “art therapist”. E’ nata a St. Andrew in Jamaica. All’età di quattordici anni si è trasferita negli Stati Uniti. Ha frequentato lo Studio Artistico presso la Stanford University specializzandosi in pittura ed incisione per poi laurearsi presso la Lesley University. Risiede a Roma.

Pubblicato su “Silarus” di Battipaglia n. 291 2014

Omaggio a Mario Tornello

In Mario Tornello il cromatico universo siciliano

Premio Acalypha Mario Tornello (Palermo, 1927 – Roma, 2010) poeta, scrittore e pittore. E’ cresciuto girovagando nel cromatico universo siciliano, dove ha sviluppato una straordinaria esperienza sensoriale. Mario si ritrovava tra le assolate albe marine d’Aspra e Porticello, tra i suggestivi tramonti corallini delle isole Eolie, o dell’isola di Ustica, dove bianchi colombi transitano anche oggi negli spazi aerei, dove l’acre zolfo espande gassose molecole laviche. I fossili che trovava, tra i limoneti in prossimità della Solunto ellenistica, gli sembravano simili agli uccelli, agli uomini, agli aquiloni della sua felice infanzia bagherese. Mario, si stupiva dinanzi alla bellezza del cosmo, ovvero dinanzi al mistero della vita e della luce. Ma anche la creativa “Bottega dei fratelli Ducato” raffinati pittori di carri, avviata nel 1895 da Michele e ampliata dai suoi figli Onofrio, Ernesto, Giovanni, Domenico e Giuseppe, apprezzata dal loro amico Renato Guttuso, hanno nutrito l’anima di Tornello.

E dopo gli studi classici conseguiti a Palermo, e il trasferimento a Roma negli anni ’60, e il breve viaggio a Parigi per studiare i grandi artisti europei, nella capitale riprende a dipingere, a scrivere poesie e racconti, recuperando quegli stessi elementi primari e quei luoghi dell’innocenza, che diverranno l’oggetto della sua contemplazione, vicina per certi aspetti al lavoro creativo degli impressionisti. E quelle pulsazioni e astrazioni naturali si tradurranno in cromatismo che non urla, in segni sulla tela, ovvero in scrittura lirica mai eccessiva e decorativa, e se il poeta affronta il tema dell’amore inserisce gli elementi di quella Natura mediterranea. Tornello, scriverà: “Verrò a contare/le stelle del tuo cielo/mentre d’intorno/si chiuderà la notte”.

A Roma, in quegli anni, la prima mostra d’arte sarà incoraggiata e presentata in catalogo da Renato Guttuso, che scriverà: “Tornello appartiene alla razza dei siciliani meditativi: piuttosto solitario e pensoso (…)”. Il Nostro, distante dagli umori e malumori della propria isola, scriverà un testo dedicato alla casa di via Celso n. 30, in prossimità di Piazza Vigliena a Palermo, dove sul muro del terrazzo aveva già sperimentato la pittura murale, e dove idealmente ritorna da adulto con parole amare, meditando sulla condizione dell’uomo, dinanzi all’angosciante temporalità umana: “(…) Un raro passante/come nota isolata di spartito/spezza l’incanto delle memorie sepolte/dinanzi a questa casa che muore/ed io al confine di una città che urla/ascolto muto il respiro delle mie angosce (…)”.

Nel 1974, nella capitale romana, si presenta come poeta alla “Libreria Croce”, con una cartella di cinque serigrafie e cinque poesie con testo critico di Gabriella Sobrino, per i tipi dell’Editore D’Addario. Nel 1975, su invito degli stessi collabora e aderisce con tre poesie alla realizzazione del volume “Il segno e la parola” (Ed. Cidac di Roma), prefazione di Guglielmo Petroni. Nel 1977, alla sua città barocca dedica la pittura murale “Omaggio a Bagheria”, situata a pochi metri da Villa Palagonia, in Piazza Garibaldi, ampio spazio dove si adagia la luce proveniente dal cielo.

Intense, e più che decennali le collaborazioni con le riviste letterarie: “Silarus” di Battipaglia, “l’Apollo buongustaio” di Roma, a tema gastronomico-letterario ideata da Mario dell’Arco, “Issimo” di Palermo, diretta dal poeta Carmelo Pirrera, “Revisione” di Roma, “Primamo” dell’Accademia Casentinese, e altre. Tra il frinire degli anni ’70 e fino agli ’90, la critica nazionale e internazionale accentua l’interesse per la sua poesia e per la sua arte pittorica e gli vengono assegnati numerosissimi Premi.

Nel 1988 lo Studio cinematografico “Prisco Production” di Roma ha realizzato il documentario “Memorie isolane di Mario Tornello” testo critico di Renato Civello (siciliano di Modica), che ripercorre la sua attività poetica e artistica. E’ stato insignito “Honoris Causa” del titolo di Accademico dell’Accademia Siculo Normanna di Palermo e Monreale, e del Premio di Cultura della stessa Accademia, fondata dal poeta Pino Giacopelli. La sua poesia verrà tradotta in numerose lingue non solo europee.

Notevole l’impegno artistico di Mario Tornello: 47 mostre personali e circa 250 Rassegne d’Arte in Italia e all’estero, e 10 pitture murali in diverse città italiane. Nel 2004, a Mosca, nel Palazzo delle Nazioni, è invitato ad esporre le sue opere.

Per brevità di pagina, desidero riferirmi all’ultima silloge poetica di Mario Tornello, dal titolo: “E dico Parole d’amore” canzoniere dedicato a Irina (1984 – 2004). La raccolta che si compone di appena 20 testi-testamento, traduce la sua più incisiva sospensione metaforica, che liricamente svela con le parole di umano e di poeta, che guardando al mistero del paradiso, gli chiede quasi di intercedere per avvicinarsi al cuore o all’universo della sua cara e amata Irina. E Mario, il nostro caro amico, approdato in altra isola cromatica, o in altro ignoto labirinto da percorrere, ha scritto versi d’amore non facilmente ripetibili: “(…) Appoggerò la scala al paradiso/per toccare il tuo cuore/e scrivere pagine immaginarie”. Grazie Mario.

Bagheria, 26 giugno 2012

Pubblicato sul volume: F. Federico “Le ragioni della poesia”, Napoli, Autorinediti, 2014

Foto: VI Edizione Premio internazionale di Poesia “L’Acàlypha”, Palermo, 2001. Carlo Puleo, Francesco Federico, Cristina Casamento e Mario Tornello