Silarus 303

La palma di Kira
N.A.M.

Silarus 303 Il tempo morde, inesorabile, i giorni. Consuma, goccia stillante, la roccia e la mente. Tutto è rapportato ad esso. Mutano i paesaggi e perfino il profilo delle montagne; trasfigurano i volti espressivi, ricchi di personalità.
Così, sfogliato dal tempo, venne quel giorno che sembrava tanto lontano per Kira Alexsandrovna Bilovskaja, l’attiva funzionaria che aveva diretto con efficienza per circa trent’anni la segreteria dei Corsi Superiori di perfezionamento per gli scrittori presso l’Istituto di Letteratura “Maksim Gorky” di Mosca.
Quel giorno, triste e pallido, colorato da un timido sole d’inizio estate, Kira Alexsandrovna giunse anzitempo in ufficio mentre un inserviente, sorpreso della sua presenza, puliva il buio corridoio con ampie passate di straccio. Una indefinibile voglia di crogiolarsi tra quelle pareti l’aveva assalita durante la notte. Provava, Kira Alexsandrovna lo stesso strano languore che si ricordò di avere vissuto una volta varcato l’ingresso di alcuni momenti drammatici della sua vita. Si guardò intorno nel suo ufficio costellato di alti scaffali di legno scuro pieni di libri e di registri, ed il suo primo sguardo fu per la sua palma che, lontano dalle oasi immaginarie, vegetava rigogliosa sul vano della finestra dalla quale si contemplava un giardino interno risvegliato dal lungo torpore invernale.
Era l’ultimo giorno della sua vita d’ufficio. Kira Alexsandrovna sedette al tavolo con la mente vuota e s’accorse di percepire uno strano, preoccupante esaurimento a cui contribuiva la lunga notte insonne trascorsa tra ricordi e catene di pensieri. S’alzò per aprire la finestra in modo da fugare l’aria viziata dell’ufficio. Stette e rimase accanto alla sua creatura vegetale che rigogliosa si era ambientata suggendo per tanti anni la flebile luce degli inverni russi, il che meravigliava tutti, date le sue origini mediterranee. La guardò con tenerezza come ogni mattina e le porse a voce il suo quotidiano saluto unito alla solita carezza.
Pian piano il brusio di giovani studenti che accedevano alle aule crebbe fino a concretizzarsi in alcuni festosi saluti sul vano del suo ufficio. Era un giugno ancora umido di pioggia capricciosa e nell’aria si avvertivano le timide avvisaglie di una stagione più mite. Uno scatolone vuoto sulla scrivania ora attendeva di essere colmato dagli oggetti personali di Kira Alexsandrovna che iniziò lentamente, senza alcuna solerzia o pressione dettata da una scadenza, a riempirlo.
Aveva quasi terminato che un passo affrettato cadenzato da tacchi femminili si arrestò sulla soglia dell’ufficio. L’agile figura di Irina dal sorriso spontaneo e luminoso, si piantò sull’uscio. Una risata squillante fu il preludio ad un abbraccio carico di significato. Un lungo silenzio calò subito tra le due donne.
La giovane studentessa sedette alla scrivania e per darsi un contegno in quel momento di sospensione cercò di creare un’atmosfera distaccata dal motivo della sua visita mattutina. Il tempo sfogliato dalla sua cadenza inesorabile aveva portato con sé la fine di quel lavoro organizzativo nella segreteria dove da circa trent’anni Kira Alexsandrovna Bilovskaja era stata l’animatrice dei Corsi Superiori di letteratura.
La grande scatola continuava ad accogliere oggetti ritenuti da lei di sua proprietà o che avevano assunto un particolare significato sentimentale: fascicoli, cartoline dei corsisti con saluti affettuosi arrivate da ogni parte d’Europa, fotografie, libri con dediche di studenti divenuti famosi scrittori o professori, alcuni dei quali insegnavano in Università straniere. Quell’azione silenziosa della raccolta dava l’idea di chi, trovandosi su un prato, cerchi un fiore che sembra appartenergli.
Kira Alexsandrovna con un fare tra il distratto e l’indolente continuava in tale ricerca mentre dal corridoio e per la porta aperta giungeva il brusio degli studenti che accedevano alle aule aperte sul corridoio infinito. Qualcuno all’oscuro di quella data s’inquadrò nel vano della porta con tutta l’allegria di un frettoloso saluto a Kira Alexsandrovna che ricambiò con un mesto sorriso.
La stanza fu così colma di voci incrociate di studenti che si rincorrevano a chiederle cortesie non consentite dai rigidi regolamenti e di altre che con dolcezza supplicavano, soprattutto nelle fredde mattinate d’inverno, una tazza di tè bollente per combattere i rigori della stagione. Una tazza di tè, diceva Kira Alexsandrovna, non si rifiuta neanche al peggior nemico perché lei, la dottoressa piccola e un po’ grassottella, dai modi affabili, materni, talvolta burberi senza motivo, aveva la parola giusta per ognuno, anche di conforto per una pena d’amore. Confidente, consigliera, lei era la madre di tutti.
L’opaco samovar elettrico, imponente nella sua struttura di falso argento, trionfava al suo solito posto sul piccolo tavolo vicino ad uno degli scafali e sembrava anch’esso aver concluso la sua mansione in quel covo di studenti facinorosi e pieni di vita. Fu posto quindi con ogni cautela in uno scatolone e accarezzato da uno straccio di stoffa.
Infine uno squillo del campanello diede inizio alle lezioni spezzando quell’unisono di voci intrecciate che si accavallavano per il corridoio con porte aperte e sbattute, tra richiami degli inservienti agli indisciplinati studenti. Su tutto calò il silenzio.
Irina però rimase nell’ufficio di Kira Alexsandrovna e per suo costume parlò tanto per distogliere in tutti i modi il pensiero fisso che inchiodava la sua anziana amica prossima ad esplorare la solitudine, quando i suoi occhi d’un tratto scoprirono, anche se da anni ne avevano ammirato la verde nota, la piccola palma che aveva visto crescere con nuovi germogli ammirati da quanti amano il mondo vegetale.
Irina ricordò il giorno esatto in cui per ringraziare la sua amica di una cortesia ricevuta aveva ricambiato con questa palma della specie “Washingtonia filifera” che aveva trovato, adattandosi, in quella stanza grigia di ufficio un suo habitat ideale.
L’estrema cura che Kira Alexsandrovna le riservava tra sorrisi e dolci parole quotidiani aveva contribuito ad accrescere il comune interesse dei giovani corsisti che frequentavano il suo ufficio, un po’ per effettivo interesse “bucolico” ed un po’ per ingraziarsene le simpatie.
Inizialmente Irina non trovò parole adatte per manifestare un pensiero che le frullava in mente finché, pur oppressa dalla realtà del momento, non sbottò a chiedere che fine avrebbe fatto quella pianta che raggiungeva più di 150 centimetri di altezza ed altrettanto in larghezza.
Forse l’avrebbe attesa una triste fine nel corridoio dove avrebbe perduto la sua vitalità; sarebbe stata spostata di qua e di là e, nella migliore delle ipotesi, ma era una sua vaga idea, avrebbe contribuito all’arredamento dello studio del Direttore della Facoltà.
“Come farai a portarti la pianta?” - disse Irina.
“Non so, non ho idea. Sarà molto difficile trovare chi me la porti a casa. Via Spartakovskaja è assai lontano,” - rispose Kira Alexsandrovna con voce rassegnata.
Un’atmosfera greve piombò sulle sue accorate parole e quel destino immaginato da Irina sembrò avverarsi. La pianta, ancora in fase di crescita, meritava un diverso destino, un’oasi africana tra campagne rigogliose sul limitare di una fresca sorgente con le sue euforie primaverili e gli ardori estivi.
Colmati gli scatoloni di cartone di quanto le apparteneva, Kira Alexsandrovna s’avvicinò alla finestra che Irina aveva spalancato per un saluto silenzioso, carico di significato, al giardino interno dell’edificio descritto da Mikhail Bulgakov nel suo celebre romanzo “Il Maestro e Margherita”, con alberi verdeggianti dominati dal tenero lillà a fiori bianchi e viola attorno al bronzeo monumento di Alexsandr Herzen. L’aria era ancora frizzante ma preludeva agli imminenti tepori estivi tanto invocati nella fredda città.
Kira Alexsandrovna meditò su quella visione che dal secondo piano dell’Istituto l’aveva affascinata per tanti anni. Sapeva che stava per perderla per sempre. Tuttavia in quel momento, nel silenzio ormai raggiunto in corridoio, le due donne udirono attraverso l’uscio rimasto aperto un calpestio che s’avvicinava sempre più. La segretaria intuì qualcosa ch’era diretto a lei, ne percepì, per quel che di misterioso alberga nella nostra mente, il senso di una visita, di un saluto.
Il calpestio fu sulla soglia e le due donne ne colsero il significato. La tozza figura del Direttore con tre garofani in mano, seguita da un nugolo di altri professori, oltre a due inservienti, si presentò sulla porta con larghi sorrisi ed un’aria festaiola.
Il Direttore fu il primo ad abbracciare Kira Alexsandrovna seguito da tutti gli altri. Anche i due inservienti non furono da meno in quegli abbracci sinceri, colmi di stima e gratitudine per il suo decennale lavoro.
Un lavoro, il suo, ch’era stato l’ossatura portante di un’organizzazione apprezzata da tutti. Kira Alexsandrovna accolse senza proferire parola tutte quelle manifestazioni di stima. Non riusciva a parlare, non aveva cosa dire e le spuntarono due perle in quegli occhi marroni chiari cerchiati dagli occhiali dorati.
La mente aveva calato un diaframma tra sé e gli astanti che riempivano l’ufficio. Il Direttore ebbe parole di lode e di stima che sapevano però di discorsi di circostanza in simili occasioni. Una delle professoresse più in intimità con Kira Alexsandrovna ebbe la triste idea di chiedere che fine avrebbe fatto la sua palmetta ignara della propria sorte. Quel tempo era ormai trascorso ed era inutile ricordarlo.
Al dondolio del capo di Kira Alexsandrovna che, quasi inebetita non si pronunciava, si contrappose la voce squillante di Igor, l’inserviente che tante battaglie aveva combattuto con lei: “Se vuole gliela porterò io a casa”.
Trascorso circa un mese, un bel mattino di luglio, terminati i corsi, Igor si presentò al nono piano di Spartakovskaja 22 per riportarle la pianta del cui distacco lei ancora soffriva tanto.
Igor che l’aveva trasportata tutta avvolta in un unico fasciame da farle perdere temporaneamente la sua grazia arborea, uscito dall’ascensore al nono piano, la introdusse con ogni precauzione nel piccolo appartamento di Kira Alexsandrovna e la trapiantò con viva apprensione in un vaso della proprietaria già appositamente approntato. Così alla pianta rinvasata fu aggiunto altro terriccio e colmato il vuoto intorno al nuovo abitacolo. La palma con tutto il vaso fu posizionata all’interno di un recipiente quadrangolare di legno ed accostata all’unica finestra, creando come un’aggraziata silhouette cinese.
L’impegno di Igor per quel trasporto meritava un compenso pecuniario ma il biondino, rifiutando categoricamente di accettarlo, gradì un goccio di cognac, si riassettò il vestito e, ricevuto un abbraccio di gratitudine dalla sua ex collega, sparì nell’ascensore.
Così la storia d’amore tra un essere umano ed una pianta proseguì in quel piccolo appartamento, attraverso un rapporto ancora più personale ed intimo.
Mario Tornello “Figura muliebre”, disegno, penna biro Un nuovo tempo s’addensava, quello di un pensionamento sereno che rasentava però l’indigenza e la malinconia, mitigate dalle rare visite degli ex corsisti di Kira Alexsandrovna. L’unica fortuna in ciò era costituita dalla proprietà dell’appartamento. Il soffitto della camera dov’era stata posta la pianta, essendo molto più basso di quello dell’ufficio di segreteria, non permetteva però a quella palma in crescita di ergersi in tutta la sua caratteristica maestosità, per cui le foglie più grandi col tempo furono costrette a piegarsi su se stesse perdendo così gran parte del proprio fascino arboreo.
Sebbene Kira Alexsandrovna e la palma convivessero come due anime inseparabili, l’artiglio di un’angoscia muta sottomise la donna in quell’unica stanza con i suoi consumati mobili d’altri tempi che insieme ad un grande tappeto rosso afgano arredavano il soggiorno dall’ampio letto alla turca cosparso da molti cuscini e da un copriletto di lana di foggia orientale a larghe fasce policrome dove Kira Alexsandrovna trascorreva gran parte delle sue giornate e dove il suo futuro sarebbe stato ricordare il passato.
Nelle notti insonni, per lei tanto frequenti, si macerava nel suo solitario letto di divorziata senza figli per la nuova impronta di vita e si sorprendeva a meditare sul tempo che avrebbe voluto fermare. Questo era scivolato come sabbia tra le sue dita e l’unico conforto era dato dal fatto che per potenti e miserabili, meschini e grandi, esso scorreva con uguale scansione.
Le prime fragili luci di ogni giorno erano accolte da Kira Alexsandrovna con la dolcezza di una visione simile alle silhouettes cinesi in controluce per mancanza d’imposte, secondo l’uso dei popoli nordici, ed i suoi primi passi di ogni nuova giornata erano diretti al verde cespuglio spinoso dove altra vita vegetava in quel misero spazio, oltre la sua. Quel verde smaltato le aveva portato una nota gaia e lei la ricambiava con un monologo mattutino ch’era divenuto un rituale. Quel sorriso senza tempo di Kira Alexsandrovna spesso s’accompagnava domande senza risposta, mentre ammirava distrattamente, oltre le larghe foglie della palma, l’adiacente chiesa Elokhovskaja, accarezzando col pensiero la grande cupola dorata stagliata nella sua finestra. Anche se in un tempo di avversità religiosa, quel luogo sacro le aveva ispirato tante meditazioni. Da qualche anno restaurata e ridipinta in un tenero azzurro, la chiesa era tornata al suo antico splendore perché tale era quello che riflettevano le sue cupole a cipolla.
Col tempo la solitudine di Kira Alexsandrovna, anziché lenirsi, s’accrebbe. Si pentiva di non tenere un gatto per compagnia mentre sciacquando le memorie scorreva parte di quel silenzio al nono piano con una cura meticolosa della sua creatura verde.
Trascorsero alcuni anni di solitudine e di meditazione accompagnati dalla muta osservazione dalla sua finestra, come spesso accade ai pensionati, dei passanti frettolosi che in ogni stagione, sotto la neve o la pioggia o il sole raggiante, attraversavano la rumorosa via Spartakovskaja diretti verso la vicina stazione metro “Baumanskaja”. Tra gli urli della città caotica, che era ormai divenuta estranea, il cancro del tempo lentamente la divorava ed un vuoto che l’annullava cresceva sempre di più.
Mancava a Kira Alexsandrovna quella vita fervente di attività nell’Istituto “Maksim Gorky”, il brusio dei corsisti e degli studenti, le loro vitalità incontenibili, il tè loro offerto. Le mancava soprattutto riconoscersi nella mente organizzativa dei Corsi Superiori di letteratura che spesso le ritardavano il rientro a casa causando il divorzio dal marito, capo ingegnere di una famosa impresa di costruzione di aerei militari, e come conseguenza il suo attuale isolamento. Le veniva così a mancare la dedizione al lavoro che aveva sortito, qualche volta, pubblici encomi. Si riconosceva come una valida pedina dell’Istituto.
Il crollo psicologico la avvinse, la stritolò, accelerando in pochi anni di quel silenzio al nono piano, il suo ultimo viaggio, scoperto per caso dai vicini che non la sentirono più.
Una coppia di nipoti, tra i più “famelici”, interessati al suo appartamento, accorse e tutto fu chiaro.
Kira Alexsandrovna venne sepolta nel cimitero non lontano dalla sua casa dove una mano pietosa aveva deposto in un vaso un rametto di palma quasi a volere fare continuare il loro dialogo.
Alcuni giorni dopo la sua morte i due nipoti si precipitarono nell’appartamento con le chiare intenzioni di impossessarsi del mini-spazio dell’argenteria ottocentesca custodita in vetrina. In quell’unica stanza notarono con sorpresa e dispiacere che la palma si era afflosciata su se stessa sino a lambire il pavimento in un evidente stato di morte. Secca, esaurita, in pochi giorni aveva anch’essa concluso la sua esistenza. Quell’invisibile filo d’amore s’era spezzato.

Roma, 2004/2015

P.S. Mario Tornello iniziò ad elaborare questo soggetto subito dopo il nostro lungo soggiorno a Mosca nel giugno del 2004, dove conobbe una mia amica e fu affascinato dal particolare rapporto che ella aveva con la sua palma. Purtroppo molti impegni negli anni successivi non gli permisero di terminare questo racconto rimasto in bozze, dove, a un certo punto, il percorso narrativo scorreva sul doppio binario simile alla “tube” londinese.
Dispiaciuta per il suo lavoro incompiuto, decisi di portarlo a termine giacché conoscevo bene sia l’ambiente che la protagonista e così dovetti assumere il ruolo del “chirurgo plastico” per cercare di ricostruire un unico percorso letterario sulla base di diverse versioni originali, nonché di riempire le lacune narrative e correggere certe incongruenze geografiche. Il mio unico desiderio era di riuscire a dare vita su un foglio di carta ad una bella storia d’amore tra un essere umano e una pianta che Mario avrebbe voluto vedere realizzata.

Irina Barancheeva

Cervara di Roma A Cervara di Roma, grazie all’interessamento della Pro Loco e del suo Presidente Dott. Nocente, è stata ripristinata la poesia murale di Mario Tornello dedicata a questa ridente cittadina sulla cima della montagna dove nel’ 800 trascorrevano le vacanze estive i famosi pittori, intellettuali e scienziati e che Mario aveva definito: “Cervara, pietra di luna incisa, carezza di cielo stregato per l’uomo che sosta sotto il tuo pergolato di stelle…”

I.B.

Poesia murale di Mario Tornello