E dico parole d’amore

E dico parole d’amore

E dico parole d’amore per Irina
Queste mie venti liriche sono un canzoniere d’amore e rappresentano l’essenza di quei sentimenti che nel ventennio trascorso si agitavano in me, inconsapevole di indirizzarli ad un ideale femminile che, nel tempo, per fatale destino, ho avuto la fortuna di vedere materializzato.
Ciò mi ha dato conferma, senza tema di smentita perché vissuto di persona, del fenomeno del presagio e della predestinazione contemplati dalla dottrina psicanalitica. E’, dunque, un canzoniere che sgorgato come polla d’acqua sorgente dal mio più profondo creativo; ha intuito perfino la fisicità della persona cui era diretto.
Evidentemente stava scritto da qualche parte in cielo.
Ad avvalorare questa mia affermazione contribuisce la scelta, per la sua copertina, di un mio disegno del ’46 (!) ch’è una ulteriore conferma del mio assunto per la perentoria somiglianza fisica con il soggetto amoroso.
Sono, dunque, versi dell’anima per un ideale femminile che ho avuto la fortuna di vedere personificato.
L’Autore

L’oltrespoglia di Mario Tornello
Un idillio memoriale - venato di elegia - del pittore-poeta

Di ritorno dalla Russia, dove ha tenuto, a Mosca, al Palazzo delle Nazioni, una personale che ha riscosso il meritato successo conseguente alle qualità linguistico-strumentali di base e il caldo consenso del respiro ideativo (come dire all’approdo estetico sostenuto dalla più rigorosa disciplina espressiva), un amico che stimo senza riserve e di cui mi sono più volte occupato, non solo come maestro del segno e del colore ma anche della parola, mi ha consegnato una silloge di venti poesie, datate dal 1984 al 2004, perché ne redigessi la prefazione. Ed eccomi a gustare questa piccola ma intensa raccolta, titolata “E dico parole d’amore”, sicuro di poterne scrivere, con assoluta convinzione, qualcosa di positivo. Salta subito all’occhio anzitutto, ad una lettura non epidermica, la fusione di un dettato lirico di prim’ordine, fatto d’invasivi languori d’anima, spinti a volte fino alla soglia di una spiritualità tardoromantica, addirittura crepuscolare e di sensitive concretezze, con motivazioni intellettuali d’ampio raggio, nate dalla meditazione e dalla cultura in genere.
Tornello avverte acutamente, con l’ostinato stupore e l’entusiasmo del fanciullo vichiano, ma nello stesso tempo pensa, intricandosi negli spietati labirinti della “ragione spiegata”: è questa che insidia senza fine gli spazi solari dell’amore e della gioia. La scansione magistrale dei dipinti di Tornello, che ripudiano l’astrazione gratuita, ma non rischiano mai d’impoverirsi nella servitù della mimesi speculare ed asettica, può anche riferirsi, senza sforzo, a questo tipo di poesia: da una parte il senso del reale, coordinato, vorrei dire, ad un superiore edonismo vissuto, sanguigno e tuttavia permeato di vapori patetici, dall’altra l’incursione assidua nelle latitudini speculative dell’oltrespoglia.
E’ un dato di fondamentale importanza, che trovo giusto sottolineare e semplificando. Nella quindicesima lirica (“Alle porte della notte”) il poeta sente, imperiosa, l’eco della risata cristallina della donna amata; ma, riflettendo sulle pupille “segnate dal tempo e dallo spazio infinito” che lo separa dall’amata, confessa: “Le nostre stagioni divergono,/si perdono nel nero più nero/di abissi d’anima inesplorati”. E in “E, poi, ti dirò” dopo aver ricordato l’oggettività esistenziale di Parigi dalle mille anime, il rifugio proletario “in quel misero hotel sulla Senna/in Rue de la Sorbonne/a cinque franchi al dì,/mezza pensione/ed un “bonjour monsieur” diffidente/ad ogni ingresso”… “e Place du Tertre dai passi perduti/tra risate ebbre di malinconia”, conclude che la vita “è un cerchio da percorrere/tra sogno e realtà,/tra i morsi di un’esistenza esaltante o inutile/in attesa di quel buio infinito/che spegnerà ogni cosa”.
Eppure, questo fine artista, che governa in modo eccellente anche la parola, senza straripamenti, con invidiabile misura, come ha dimostrato anche in pregevoli libri di narrativa assapora con l’incorrotta meraviglia dell’accennato primo momento vichiano, per riviverlo poi (è la seconda fase) “con animo perturbato e commosso”, tutto ciò che l’empirìa del quotidiano gli offre. E in primo luogo i tremori di ogni incontro innamorato, non importa se dei sensi o del cuore o sublimato da una contemporanea assunzione erotico-sentimentale; ed è per questa via che il “transfert” poetico diventa ancoraggio salvifico.
Il canzoniere di Tornello (è sua, e va accettata, la classificazione letteraria) è impegnato, non so fino a che punto consapevolmente e a dispetto delle tante tumultuose accensioni, nelle interrogazioni gnoseologiche: in “Prima che l’alba” la cenere del ricordo restituita “sull’odore del giorno/che s’alza di un fiato con profumo di mirto” non può che restare tale, simbolo di disperdimento. Il recupero è illusorio: “appoggerò la scala al paradiso/per toccare il tuo cuore/e scrivere parole immaginarie”.
Sulla vendemmia del vivere incombe il presagio dell’inconoscibile, senza volto e senza tempo. Il mistero dell’oltre non può essere risolto; e su questo, poiché non l’aiuta la fede il pittore-narratore-poeta siciliano non ha dubbi. Potrebbe dire con Foscolo: “Sia bene o male la vita, vero è ch’io vivo… altro non so”. Se ha liberato, con l’amata, “colombi di fantasia” (“E la notte cala improvvisa”) i rivoli d’oro delle memorie si annebbiano in una insistita perversa premonizione; “Una immensa solitudine, adesso,/ci sovrasta…” e una parte di cielo indica, lontano o vicino, “…il porto/da dove non salperemo più”.
Il non visto, il non registrato di Mario Tornello è diversissimo da quello di Ruskin, che a mio avviso è il più grande esteta cristiano. Mentre l’inglese autore del magnifico volume “Le pietre di Venezia” poteva dichiarare “In questo mondo visibile di lucide stelle, di trasparenze che abbagliano, sempre, quello che ci tocca di più è l’invisibile”, il mio conterraneo, dopo la partenza dell’amata, convinto “che niente continuerà in eterno”, vivrà i suoi giorni “come fossero l’ultimo/in un tempo inventato” (“Non dimenticare”, lirica del 2004).
Ma quel che conta, in definitiva, al fine di una valutazione critica autonoma, è il livello della scrittura come supporto del pensiero e delle motivazioni interiori.
Tornello non ha tradito per nulla il vecchio ma non superato accordo desanctisiano di forma-contenuto. I suoi componimenti hanno sicura validità, per la finezza dell’espressioni, per la composta armonia dell’immagine, sempre puntigliosa ma non mai impreziosita dal calcolo, per l’esaustiva felicità di uno scavo psichico realizzato non col bisturi della scienza ma sul metro dell’animo.
Roma, agosto 2004

Renato Civello

Infinito è il tempo

Infinito è, ormai, il tempo
che separa le nostre menti
dai pensieri dischiusi a mazzi.
La nostra primavera
è già autunno in brividi
di parole che si spengono
alla radice della memoria
e tutto scivola piano nell’ombra.
Non toccheremo più il cielo
ora che la grande mano del destino
ha posato sul nostro capo
le dita delle nostre vie opposte.

1984

Ed ora che le ombre

Ed ora che le ombre
tagliano netti profili di cime accese
tra tentacoli di stoppie sulle colline,
ed ora che la matassa della memoria
dipana funi aggrovigliate,
eccoti dinanzi a dirmi le tue certezze.
Dimmi addio, se vuoi,
tanto resterai intatta sulla mia pelle,
ma se vorrai che le remote memorie
cancellino l’alito d’estasi che ci sfiorò,
lascia ch’io mi perda ancora
sulle tue parole non pronunciate,
sul tuo collo di cerbiatta ignara,
sulla tua immagine rara,
sui tuoi silenzi
e sul cielo rigato dal tuo sorriso.

1986

Prima che l’alba

Prima che l’alba
rubi le ultime ombre
e il chiaro del giorno
alzi il velo
sulla lavagna del cielo,
ti dirò d’improvviso
la voce che mi canta dentro.
E’ il sogno dei vent’anni
che, sperperata la moneta del tempo
mi restituisce la cenere del ricordo
sull’odore del giorno
che s’alza di un fiato con profumo di mirto.
Appoggerò la scala al paradiso
per toccare il tuo cuore
e scrivere pagine immaginarie.

1986

I nostri ieri

Sono ormai lontani i nostri ieri,
quando, sognando il futuro
nella fragile luce di un meriggio,
scrivevamo sull’acqua le nostre promesse.
Le tue stagioni erano le mie,
mi perdevo nell’infinito dei tuoi occhi,
m’arenavo nel silenzio del tuo porto.
Oggi qualcuno calpesta la tomba dei miei ricordi
e resto come isola in un mare senza rive.

1990

E la notte cala improvvisa

E la notte cala improvvisa
come ventaglio raccolto
su questo mare dipinto per gli dei;
vi avevamo spiato sogni estivi,
l’ultima luce c’incendiava le fronti.
Tu, soave, m’indicavi un punto all’orizzonte
ed io vi posavo pensieri senza tempo.
Tu aprivi i tuoi silenzi di foresta
liberando colombi di fantasia
ed io mi smarrivo a coglierne i sospiri.
Dai mantelli neri della notte, ricordi,
uscivamo fuori dal tempo
per involarci sui monti viola.
Un brivido d’anima nell’arcano silenzio
ci attraeva in tumulto.
Era estate, ci assaliva un inverno di pensieri.
Ora i nostri sabati non s’incontrano più.
Tu nascosta dietro un vetro trasparente
mi mostravi il tuo paese dalle porte aperte.
Eravamo capovolti sul lago
delle nostre memorie tra velate foschie.
Una immensa solitudine, adesso,
ci sovrasta, tanto grande
che ci sembra fuggita da una favola.
Un’altra parte di cielo, ormai,
ci assale i sensi,
consuma quelle vivide speranze
che ci riempivano l’anima.
Oggi ci indica il porto
da dove non salperemo più.

1993

I giorni di Aprile

Non riesco più a parlare con me stesso
se il passato mi si presenta
con il cielo dei tuoi occhi
e si accende con il tepore di un sorriso.
Come sole che sbocca dai tetti
e scaccia le tristi upupe del ricordo,
scivolo nel meriggio greve di una domenica
a cogliere quei frantumi di suoni
che furono nostri.
Essi dormono sogni lievi d’innocenza
in grotte senza eco dove qualcuno ci chiama.
E’ lì che ho sepolto l’anima
prima di lacerarne
le radiose giornate d’aprile.
Tutto ciò è, ormai, storia
e così canto come chi abbia paura
di un giorno senza pane.

1994

Tu che cambi cielo

Tu che cambi cielo come marinaio
ed ogni volta ti par di tornare
all’odorosa Itaca ch’è in noi
per cullarti negli abbandoni più grevi,
guarda dentro la tua favola interiore
per ascoltare il ruminio di coscienza
che ti pervade e ti corrode i miti.
Sappi, allora, rendermi,
in questo sonno d’inverno che avanza,
il tempo che ti ho donato,
i sorrisi e financo le bugie.
Sarò sentinella trepida
ed esattore di una tua lacrima.

1994

Un giorno ignoto

All’alba di un giorno ignoto
i nostri sogni moriranno
nel cielo dei tuoi occhi.
Mi si stamperà in viso
una maschera vuota
e resterò come lapide
che aspetti un nome.
La città della mia mente
risuonerà di canti lacerati
sfiorando vecchie ferite dell’anima
e tu, sotto il mantello della notte,
coglierai, forse, l’ultimo mio fiore.

1994

Soltanto un sogno

Soltanto un sogno
farebbe fiorire la neve dei tuoi passi
e fermare il tempo per azzerarlo
ai giorni, ormai consegnati.
Tra prigioni d’anima
s’appresta l’ultimo quarto di vita
dove, ti prego di non guardare.
Nel mio romanzo
s’addensano fantasmi di memoria
come lugubri bramiti
a raccattare sogni perduti.
Fuori da ogni domani, per consolarmi,
chiederò ai pazzi di raccontarmi i loro deliri,
ai poeti i loro sogni,
agli amanti le loro gioie.
Un tempo irreale
ci ha marcato l’anima
e ci pare d’aver vissuto
una vita inventata.

1996

Prova a togliermi dagli occhi

Prova a togliermi dagli occhi
il cielo,
il mare in burrasca,
la gloria di un’alba rosata,
la gemma che schiude tenero germoglio,
un assolato prato verde,
un tramonto di Corleone,
un dipinto di Schiele.
Potrei subire simile angoscie
e restare come uomo che ascolti qualcuno
camminare sulla sua tomba,
ma non togliermi il fulgore
del tuo sorriso,
del tuo sguardo malizioso;
ridurresti quest’uomo
ad una trancia di carne
che all’eco dei tuoi festosi “si”
non cavalcherebbe più nuvole.
La crudele realtà lo potrebbe a giacere
sulla punta di un ago
a scuotere il sopore dei suoi abissi.

1996

Il ricordo che saremo

L’odore del giorno che s’alza,
il mattino che canta,
l’infinito dei tuoi occhi,
l’epifania di un tuo sguardo,
le nostre radici intrecciate,
il melo che fiorisce alla porta,
la mente che ci prende per mano,
le rose marce della gioventù,
il cielo baciato dai tuoi occhi,
il passato che ci parla con voce sommessa,
il sentirsi crescere fiori addosso,
il tuo fiato su di me,
la luna raccolta nelle mani,
il gelo di momenti sospesi,
le opposte fughe verso le promesse,
il cuore che vola alto come falco,
il tuo corpo fremere sotto le mie mani,
la realtà di un mondo infame,
il fango delle dicerie,
la luna che imbianca la notte,
il ricordo che saremo.
…………………………………………….
Tutto il resto è poesia

1997

Tenevamo la luna in mano

Il giorno non voleva rivelarsi
al chiarore cinerino dell’alba.
Un alito di montagna
pervadeva i nostri animi scossi.
Nei nostri laghi della mente
svanivano come sospiri d’anima
le mille tenerezze.
Fiorì, d’improvviso, la neve
nel lucore più acceso.
I monti viola intenerivano.
Eravamo usciti dalla nostra favola
come dal primo giorno del mondo.
Ci nutrivamo delle nostre illusioni.
Credevamo di tenere la luna in mano.
Solitari impulsi,
come voli scomposti di corvi al tramonto,
rincorrevano, ormai, sogni sopiti.
Non salperemo più, dunque, dai nostri porti
per oceani sconosciuti
finché vincoli terrestri
ci legheranno al palo del quotidiano.

1999

E dico parole d’amore

E dico, ancora, parole d’amore
per non morire in volo
tra pensieri erranti.
E adesso che mi sale agli occhi
ancora un’idea di te
sento d’annegare senza una mano tesa.
Credevo d’aver murato
quell’antico dolore
che mi compare martellante, ossessivo,
a frantumarmi le vene celesti dei polsi.
I sogni finiscono e i ricordi,
come le rose nuove di un giardino,
finiranno con noi.
La nostra è stata una storia senza finale
che come nebbia che svapora sul porto
ha rivelato inesorabili sipari.
Mi occorre, adesso, dimenticarti
per ritrovarti.

2000

Noi rincorriamo il vento

Noi rincorriamo, ancora, il vento
di perdute stagioni
e ci opprimiamo al ricordo
dei nostri deserti mentali
dove seminammo parole e parole.
Oggi,
attraversando i pascoli della memoria,
ti seguo in sogno fino all’alba.
Un tempo irreale ci separa,
smemora ombre e luci
di un passato ch’è presente
mentre il mattino canta
sulle nostre parole.
E’ tempo di trattenere quei giorni,
almeno con la mente,
d’estirpare l’erbe maligne del dubbio
per scandire, ad alta voce, i nostri nomi.
E’ un giardino segreto il nostro,
protegge uno scrigno colmo di promesse
che, ebbre, s’involano piano a perdersi.
E la vita che non lesina sorprese
ci lascia qui come attori dimenticati,
per cui, rivedersi,
sarebbe come sognare un amico
che non si ami più.

2000

Alle porte della notte

Alle porte della notte,
con le mani sugli occhi
e Chopin che strazia l’anima
torna a germogliarmi
l’eco della tua risata cristallina.
Mi perdo, allora, nei laghi
delle tue pupille rare
disegnate dal tempo e dallo spazio infinito
che ci separa.
Le nostre stagioni divergono,
si perdono nel nero più nero
di abissi d’anima inesplorati.
E’, comunque, liturgia, rivederti
pur nella foschia di fratturate immagini
da quest’isola cittadina persa
nell’oceano procelloso
di una mente scossa.

2002

E, poi, ti dirò

E, poi, ti dirò
del mio bagaglio a mano
e di qualche tela sottobraccio
in quel misero hotel sulla Senna
in Rue de la Sorbonne
a cinque franchi al dì,
mezza pensione
ed un “bonjour monsieur” diffidente
ad ogni ingresso.
E di pesanti lezzi di umanità corrosa
sul parquet di miserabili spazi.
Che dirti, poi, degli afrori
di cavolo lesso
a scaldare anime diacce.
E ti dirò, così,
di quella Paris del’56
se verrai, vergine di cuore,
a ridestare con me fantasie sopite
sul filo di memorie
dipanate dalla straziante armonia
di un disco di Trenet.
E Rue Norvin, Rue Rustique
e Place du Tertre dai passi perduti
tra risate ebbre di malinconia!
Ci sarebbe tanto altro ancora,
ma è rimasto sospeso ai fili invisibili
del mio canto interiore
a magnificare quella perduta stagione.
Ma ti dirò, pure, dei meriggi uggiosi
sugli antichi vicoli fradici di pioggia
dove un passo amico ti leniva l’anima,
dove, strizzando il cuore angosciato,
s’invocava un mare venerato,
un letto di torrida sabbia
ed il sapore raro di un fico stromboliano.
Il tempo che traveste ogni cosa
soffia dietro la porta dei ricordi.
Chi ne ha tanti
li macera nel mortaio di pietra
calcinato nel cuore.
Che altro dirti se non che la vita
è un cerchio da percorrere
tra sogno e realtà,
tra i morsi di un’esistenza esaltante o inutile
in attesa di quel buio infinito
che spegne ogni cosa.

2002

Dimmi di te

Dimmi di te,
principessa dai passi innevati,
del tempo che filtra
le tue giornate perse
sui vocaboli di un libro straniero
e del sole che smemora la tua città.
Qui, il sussurro
di una primavera inutile
schiude, timido, la sua vetrina
anche per chi non ha voglia
di godersela sulla panchina
di fronte casa.
Il tempo, come sai, è inesorabile,
non si è arrestato
a quel settembre della memoria;
si è, soltanto, disperso
in miseri rivoli
ed ha spinto i giorni
sino a queste primule festose
che sul davanzale di un luminoso febbraio
mi partecipano un tempo, ormai, svanito.

2003

Irina, la russa

poesia in “semi-haiku”

Il diretto Napoli-Roma
me la presentò
al binario nove.

Due sorrisi.
Ci baciammo timidi.
Le presi la valigia.

“Pronto mamma.
Sono a Roma.
Mi farò sentire”.

Bevette un’aranciata.
Io, un caffè.
Si guardava smarrita.

Uccello della steppa,
ansiosa di leggermi
l’anima.

Due perle luminose
frugavano l’essenza di Roma.
L’ocra dei palazzi l’incantava.

Sorbiva la luce dei ruderi
assolati con i gatti poltroni.
L’anima in sgomento.

Ogni mattina alle nove,
ridente rosa sullo stelo.
Mi ritrovavo vivo.

Catacombe, ruderi,
fontane e chiese.
Roma mite, settembrina.

Fontana di Trevi,
Piazza di Spagna,
il Colosseo.

La fantasia ci sublimava.
Al Foro restò muta.
Lo spirito s’elevava.

Leggevamo la storia sulle pietre.
Annegavamo nell’oro dei tramonti,
nei brividi di luna.

Il rito dei Castelli;
Nemi dalla terrazza
sul lago.

A Castel Gandolfo placida,
aspettammo Paolo,
acquistando “souvenirs”.

E così il quinto,
sesto, settimo giorno.
Ogni mattina alle nove.

Il settimo alla Stazione,
sorrisi malati.
Quattro mani tremule.

Due baci all’italiana,
tre alla russa.
Non volli vedere la partenza.

La Siberia del distacco
mi raggelava.
Un amaro silenzio mi feriva.

2003

Non dimenticare

Non dimenticare
che alla tua partenza
sarò come arbusto spogliato dalla gelata
cui l’inverno dei sensi
ha tolto la sua enfasi,
il suo sorriso.
Sarò come casa senza tetto
cui siano state abrase
le sue penombre accoglienti.
Sarò, perciò, una città senza vento
dagli aquiloni spariti.
So che niente continuerà in eterno;
so di questo e perciò vivo i miei giorni
come fossero l’ultimo
in un tempo inventato.
E’ un grido muto il mio
che pretende di arginare
quell’oscurità che mi si stamperà
sull’iride come moneta sui crocifissi.
Ogni giorno che si accenderà
sui luoghi morti del mio quotidiano
avrà sapore di vino col sale
e sarà come correre con la ghiaia nelle scarpe.

2004

E tu che dici abbracciami

E tu che dici abbracciami
quando, calato il velo della sera
sulla fatica del nostro vivere,
ti sciogli come nodo serrato
e pretendi le mie promesse.
Noi ci rincorriamo
come edera sul muro
e sentiamo crescerci dentro
voli di farfalle.
Siamo come
libro senza parole
con le idee opache
da cristallizzare.
L’amore è un fiore raro di bosco,
cresce tra le gravità della pietra
dove affiora il tuo sorriso
con l’infinito di quegli occhi
dove sono stampati
i tramonti dolorosi della ragione.
Siamo un’isola senza rive
e senza naufraghi
dove restiamo ansiosi, muti
in attesa di una nave
da avvistare.

2004