L’isola della memoria

L’isola della memoria

L’isola della memoria La qualità evidente della poesia del pittore Tornello è che essa pur appartenendo all’area elegiaca, alla cultura epicedica di tradizione “mediterranea” non presenta la tipica attrezzatura lirica del rimpianto e della nostalgia.
In verità, neppure nella sua pittura tramata da una passionale tensione cromatica e in cui si riconoscono luoghi della storia pubblica e privata, riesce a prevalere l’onda del ricordo come mito del tempo felice.
E’ che Mario Tornello in ambedue le arti che felicemente pratica è sorretto da una lucida consapevolezza dei rapporti e delle dicotomie tra elementi astratti e concreti, mitici e reali.
Ma torniamo alla poesia. Nella sua ricerca Tornello dinanzi alla ineccepibile caduta di stagioni e di riti, di affetti e delicate sensazioni non si smarrisce, non si abbandona al flusso degli eventi, al fato. Ma con una visione armonica della natura e il pessimismo della ragione riesce a “distinguere” azioni ed emozioni portando avanti immagini pacificate di poesia.
Il diario, diciamo così, che registra accadimenti minimi e storici prosegue in una scansione musicale del verso che non trabocca mai ritmo lezioso né assume toni aforistici o superbamente gnomici.
Il racconto che Tornello fa delle proprie esperienze, della sua età “tribale” è affrontato nella dimensione “unitaria” del fenomeno. La memoria non si cristallizza né si frantuma in mille rivoli di commozione. Il poeta conosce la “cadenza inesorabile della goccia del tempo”. Non si fa illusioni come non ne ha mai fatte, “il cortile non ride più” dice, è un uomo “dai discorsi senza scheletro”. Il suo patrimonio umano, il segno del suo passaggio è diafano, è affidato ai sogni, alla precarietà dei progetti.
E la poesia diventa il racconto umile e tangibile di questa effimera ma reale coscienza. Esser vivi significa poi morire, ma non annullarsi, sparire.
Vivere significa un rapporto labile ma vero, “ed io vi disegno il vento” scrive poeta.
Questi che sembrano contrasti fragili, giunture deboli invece rappresentano connubi, collusioni profonde tra l’essere e le radici. Su queste parvenze dalle nervature di fumo ma ancorate saldamente al pensiero si enuclea la poesia di Tornello.
Un coinvolgimento continuo pieno di passione tra “ethòs” ed “éthnos”, tra “essere” e “natura” che non deborda mai nel populismo o nel colore locale, mantenuto sempre a un livello dialettico plausibile.
In questa “visione pitagorica” i nessi degli impatti mostrano il loro sofferto legame, i dolorosi meccanismi di congiungimento, i miti e la quotidianità il volto umano delle percezioni reali.
Senza abbandonarsi al fatalismo, al vento della sorte, senza passività etnica Tornello prende le distanze dagli affetti e dagli effetti della bellezza della natura e della vita. Accetta i fatti con il coraggio (ma anche con la paura come sentimento di vita) di un uomo che non si illude né crede agli dei né alle chimere, uomo che ha fatto della propria vita un laboratorio di sogni, ma è convinto che v’è una solitudine più vasta che abbraccia tutti, “tutta l’ombra del creato”, e in questa “laica” totalità inafferrabile cadono gli uomini, i fiori, gli affetti e le cose mute, per tramutarsi in senso perenne e misterioso del tempo.
Roma, dicembre 1983

Vito Riviello

Non

Non spezzate
i rami gemmati,
non impiccate
i passeri alla cintola di cuoio,
non pestate
chi nasce.
Non assassinate
i liberi colombi,
non macchiate
la neve immacolata
con passi profondi.
Non lapidate
i mesti cani,
se non li amate,
non ditemi amico
se non lo siete.

Roma 1961

Calori di Sicilia

Io,
che amo il verde
e le strade ombrose,
vidi salire
per l’erte pietrose,
come verme prossimo a morire,
un gregge lento e antico
che giunto infine nell’arida radura
ristette
come da sorpresa colto.
Antico saraceno era il capraio
di nodoso ramo armato
e fierezza di cavalier giostrante
e vaghi pensieri
tu leggevi nell’uomo.
Io,
che calori d’altoforno
avevo d’intorno
e l’aria vedevo tremolare
ristetti a rimirare
la balda figura
che inseguiva ancora
su ali d’ippogrifo
scontri di uomini violenti
e cozzare di cupe lamiere.
Aridi luoghi,
suoli crepati sono i miei
dove verdi serpi
dalle gole in tumulto
vedi abitare e polifemi apparire.
Lì, straniero, se vieni,
non cercare l’ombra azzurra
che rifugge dal posarsi lieve
sugli occhi offesi;
se vieni,
non chiedere
e non darti pensiero
se grandi ali
scendono a placare
le fronti corrugate.
Una volta soltanto
scende intera
tutta l’ombra del creato.

Roma 1961

Fine settembre

Ora un lungo brivido
scuote il canneto e gli olmi
carezzando baie sassose
e scheletri di cose
sputati dal gioco monotono
di un mare testardo.
Il villaggio
grigio di cielo
socchiude palpebre ferrate
nel torpore di un letargo
che pare senza fine.

Roma 1962

Alla madre

Che vale
che vale, madre,
tentare di fuggire il destino,
io mordo l’aria e graffio il vicino
che disperato più di me,
dimena invano il corpo tribolato;
aggiungi a questo
l’amarezza della sconfitta quotidiana
e saprai chiaramente
il sapore che ho in bocca;
tieni le mie mani senza fede
tra le tue nodose
e sentirai il vago tremore
che presto mi porterà via.
Che vale
che vale, madre,
che tu rilegga il mio nome
a caratteri di scatola
se non lo sai certo del domani;
che vale tutto questo
se percepisci la mia paura.
Che vale
Che vale, madre,

Roma 1972

Presagio

Me ne andrò d’estate,
d’agosto,
come mio padre
che non ci disse parola con gli occhi
tra il frinire delle cicale;
così senza sudore e senza sorriso,
con mia madre di legno senza lacrime
sul pavimento di pietra d’Aspra.
Sono certo,
l’afa spegnerà ogni gesto,
ogni espressione
e leggerò nell’unico presente
la sua impossibilità.
Tutti siamo certi del nostro finire
e contiamo i giorni
sul calendario nuovo in cucina,
assaporando le ventiquattr’ore
consumando ogni pensiero
nella speranza, nell’illusione, forse,
di ritardare quel tramonto
che sa già di notte.

Roma 1972

Il paese dell’anima

Quello che fu il paese dell’anima
di noi passati ad altra età,
tesse ormai in silenzio
ragnatele di morte
tra le orbite spente degli usci.
Il cortile non ride più
e l’erba che mai fu verde
copre già luminosa il sasso levigato.
Non alzare la voce, fratello,
tu che mi hai sempre letto,
lascia che i fantasmi di questo tempio
che non odora più di basilico,
consumino il ricordo lieto.
Ascolta con me
la cadenza inesorabile della goccia del tempo
con il ritmo ossessivo della persiana
che non regge più
il grande rampicante.

Roma 1974

Per un amico morente

L’arcobaleno del tuo tempo
s’è spezzato nell’azzurro lago del cielo,
vaga come gabbiano esausto
e mira, come te,
lo scoglio consolatore
per cedere di schianto al riposo.
Scende per le nostre gote accese
la ragnatela di una pena muta,
sfumano i bianchi paesi promessi
e le speranze custodite.
Anche i miei uomini
si sono fatti di pietra
ed hanno come te
la fissità di chi si allontana.
Ci regalano anch’essi
un mesto sorriso.

Roma 1978

Per una figlia

Quando il mio,
sarà un volto senza sguardo
ed avrò salito leggero
la collina nebbiosa del tempo,
t’accorgerai figlia
che nelle tue mani bianche
non stringerai di me
che i sogni inappagati,
i sorrisi e l’ironia
che mi fu compagna.
Che altro avrebbe potuto darti
quest’uomo dai discorsi senza scheletro,
se non nuvole sfioccate
e sassi masticati?
Se ti conforterà cullarti
alla mia memoria,
evocherai allora i miei voli perduti,
i miei bianchi paesi
e i miei colori sommessi.
Che altro avrei potuto darti.

Roma 1979

Ed io vi disegno il vento

Un velo d’ombra
plana sui miei bianchi paesi
e noi muti, sospesi,
beviamo densi aromi
di ginestre antiche;
salutiamo il giorno
che conclude la sua fatica
e la tua immagine
mi rinasce nel cantiere della mente
per segni misteriosi
che accendono richiami di carne.
Tornano i sapori perduti,
le idee opache
si fanno cristalli
ed io vi disegno il vento.

Roma 1980

Uomo senza primavera

Se alla fine di una estate urlata
un vento gelido
ti porterà sospiri di canne
tra bassi voli di folaghe su lago;
se tra fruscii
e rintocchi di rame corroso
troverai nella risacca
un volto di basalto,
sappi allora cogliere
i segnali segreti
di chi continua a fuggire
per spiagge solitarie,
uomo senza primavera
che invoca fiori di quiete.
E se la sua perdizione
affonda con pesi di piombo
quanto gli rimane nel nido della mente,
sarà meglio che desideri, allora,
un’altra vita da regalare.

Roma 1983

E già fugge la notte

E già fugge la notte
al chiarore di una livida alba
lasciando impronte di umido argento
sulle pagine vuote di un diario.
E fuggi così quanto resta di ciò
che si chiama gioventù
se d’improvviso t’accorgi
che ciglia di neve
ti segnano l’ingiuria del tempo
come tragica misura di una realtà.

Roma 1983

Prima del buio

Prima del buio,
quando taceranno i cani
e gli dei della luce saranno fuggiti
tra le navate ombrose del bosco,
sentiremo alitare
gli ultimi umori dell’estate andata.
Ci parrà di riascoltare
come muore l’onda con un sospiro
sulla riva sassosa
e sarà l’attimo atteso
per ritrovare le proprie radici
nel brivido di pensieri evocati.
L’essenza del paesaggio sfocato
ci restituirà le immagini di un passato
del quale è forza liberarci
e sarà tempo di sommare i giorni lieti
nella verifica di una sciocca esistenza.

Roma 1983

Verrò a contare le stelle

Verrò a contare
le stelle del tuo cielo
mentre d’intorno
si chiuderà la notte.
Il tarlo del pensiero
che corrode il sacrario della mente
mi riporta ancora il profumo
delle tue verdi stagioni,
quando il sole
danzava nei tuoi occhi
ed il tempo per noi
scorreva senza dimensione.
Verrò a contare le stelle,
oggi che il cielo
è più grande
e mi sono perduto in esso.

Roma 1983

Lettera ad un amico

L’alba gelida dell’autunno
puntuale al miracolo dei colori
riporta con cuore remoto
sciami scomposti di pensieri.
Ed io, uomo, so
che l’ostrica tenace dell’isola
che ti trattiene
è il tuo vivere da poeta.
So che godi
del mare dipinto alla finestra
e dell’iris che svetta
sul bianco muro
e nell’alba umorale che sale,
la vela latina
respira con te.
So di questo
e tornerei volentieri a bere,
nell’autunno che avanza,
gocce di cielo
se l’ostrica della città
divaricasse per me
le sue orride valve.
Conservami un’onda azzurra
ed un frutto solare,
per quando, disfatto,
poserò in vista del mare.

Roma 1983

L’isola della memoria

E’ già sera.
Riappare come da velario
l’isola della memoria
nel silenzio opaco
stracciato dalle cicale della notte.
Una casa si spegne
con il pianto di un bimbo
e la mente rinchiude le idee
nel suo recinto.
L’astro verde
illumina dolente
il deserto del mare
e le antichi presenze
si fanno sentinelle.
Unte le piante,
scivola l’alba
sull’aurora dorata
ed il tempo cuce così
la tela dei giorni.

Roma 1983

Paese

Stanotte ho planato in sogno
sul mio caldo paese
disteso come gatto al sole
e nella luce che feriva,
sfiorando le porte del tempo,
ho sentito scorrermi,
come sabbia tra le dita,
gli anni ormai consegnati.
E’ un paese trasognato il mio,
che smemora i figli,
mutevole come nuvola,
fiore immerso nel verde bicchiere
dove
l’aquilone della gioia infantile,
danzando tra le pupille,
mi regala l’eco della tenerezza.
Oggi, l’eresia del vivere
è quasi condanna
e ti accorgi del tempo che passa
dalle vecchie canzoni che canti
per farti compagnia.

Roma 1983

Tre volte me stesso

Parla la notte…
e chi ha la fortuna di piangere
sazia la sete dolorosa.
Parla la notte…
e Settembre che è mite
nei luoghi dimenticati,
lascia alle ortiche
cespi di pensieri sfioriti.
Parla la notte
che attinge alla radice del cielo
l’ultimo atto di sofferenza
e disperde nell’evento
brani di paradiso.
Ed io
fantasma di un sogno travagliato
leggo nel vento
tre volte me stesso.

Roma 1983

Dove c’è l’uomo

Dove c’è l’uomo
esule che sia d’altri mondi,
la vita si rinnova
e l’identità dell’illuso
disperde echi di parole non dette.
Dove c’è l’uomo
puoi amare e piangere di più
nella liturgia quotidiana,
ma il paese dell’anima
resterà come isola sui monti.
Dove c’è l’uomo,
se guarderai con occhi lontani
scoprirai epifanie visive,
ma l’impero del tempo
scuoterà i tuoi giorni felici.

Roma 1983

Mi chiedi

Mi chiedi
cosa m’è rimasto dell’estate.
Ecco:
Negli occhi, il mare disteso
e forsennato;
in bocca il suo sapore
e nel cuore
lo strazio di un ricordo.

Roma 1983

Affresco

Festa di cicale
è il frinire sugli ulivi di cenere.
A passo delle vie d’aratro
e sulle stoppie paglierine
il cane chiama
l’uomo che canta sotto il limone,
aghi di luce negli occhi
e cuore gonfio d’amore.
Il vecchio scuote il pozzo
a placare l’arsura delle vene,
le donne chine alla fatica
beccano in silenzio verdi olive.

Roma 1983

In copertina: disegno di Mario Tornello